BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ Ecco perché la Cina non vuol salvare l’Italia

Pubblicazione:

Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)  Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

E se Brasile, Russia, India, la stessa Cina e Sud Africa, i cosiddetti paesi emergenti “Brics”, discuteranno la prossima settimana la possibilità di aiutare finanziariamente l’Unione europea per superare l’attuale crisi, l’ipotesi cinese come soluzione per il debito italiano fa acqua da tutte le parti. Per più di una ragione. La vulgata della Cina “cavaliere bianco” in salvataggio dell’Europa, infatti, riemerge ciclicamente quando la crisi tocca vertici importanti, salvo poi sgonfiarsi sotto il peso dei numeri. In questo caso, dello spread.

La Cina ha accumulato circa 800 miliardi di bonds dell’eurozona negli ultimi dieci anni, la maggior parte dei quali di paesi core con rating AAA come Olanda, Germania e Francia e questo shopping è uno dei fattori principali per spiegare la forza dell’euro nella tempesta della crisi globale. La quale, una volta esplosa, ha visto Pechino intervenire sul mercato obbligazionario sovrano dei cosiddetti periferici, accumulando circa 50 miliardi di debito spagnolo. Nonostante questo, guardate a che punto è la Spagna. E proprio il picco dei rendimenti obbligazionari italiani e iberici durante quest’estate indica la limitatezza degli acquisti cinesi, sia in volume, sia in effetto depressivo. Non c’è da dar loro torto, d’altronde: la Banca centrale cinese ha infatti già preso un notevole bagno con il debito portoghese, acquistato prima che Lisbona chiedesse il salvataggio a Ue-Bce-Fmi. Normale che, oggi, si punti alle partecipazioni azionarie in aziende strategiche, più che su quel risiko suicida che è il mercato obbligazionario sovrano.

Lo scorso aprile, d’altronde, vivemmo una situazione simile, con i mercati convinti che Pechino stesse per comprare un grande stock di debito europeo ponendo fine ai calvari di austerity proprio di Grecia e Portogallo. A quell’epoca, il decennale greco veniva contrattato a 60, ora è sotto quota 40. Il biennale era a circa 70, ora è anch’esso a 40. Il rendimento del nostro quinquennale era sotto il 4%, oggi è sopra il 5,5%. Ma c’è di più. Dichiarazioni di supporto diretto della Cina al mercato obbligazionario greco sono datate rispettivamente marzo e ottobre 2010. Nel primo caso, si parlò di Pechino quando la Grecia emise 5 miliardi di euro di titoli decennali prezzati a 98,942 e con un rendimento del 6,25%, un qualcosa che fece gridare al miracolo. Dove siamo oggi, lo sapete da soli. In ottobre, poi, il premier cinese Wen Jabao, nel corso di una missione diplomatica ad Atene, dichiarò in conferenza stampa congiunta con Papandreou che «in passato la Cina ha sempre comprato bond greci e che intende mantenere un atteggiamento positivo comprandone altri in futuro».

Fu un intervento, ancora una volta, di brevissimo respiro, ma con un costo molto alto. A fronte di quell’impegno, inutile, la Cina ottenne quote di partecipazione nel porto del Pireo e in altri hub marittimi greci, garantendosi una corsia preferenziale di interscambio in Europa e, SOPRATTUTTO, pochi controlli sulle merci che sbarcano.

Ecco spiegato perché l’incontro del 6 settembre con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sia servito come sorta di introduzione con la Cassa depositi e prestiti, con la quale sarebbero stati avviati contatti per studiare iniziative di equity comuni, non ancora definite e che potrebbero riguardare il pacchetto di 5-6 tipologie di fondi attualmente gestiti da Cdp, con diverse finalità.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >