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Economia e Finanza

PENSIONI/ Ecco la vera riforma che ci chiede l’Europa

Il tema delle pensioni, uscito dalla porta al momento della finanziaria, è rientrato dalla finestra quando giovedì se ne è parlato in Consiglio dei Ministri. Il punto di GIUSEPPE PENNISI

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Si può rimettere mano al sistema previdenziale tenendo specialmente in conto le esigenze delle giovani generazioni? Il tema, uscito dalla porta al momento della “manovra di Ferragosto”, è rientrato dalla finestra quando il 22 settembre se ne è parlato in Consiglio dei Ministri a proposito di programma per la crescita, da presentare entro le prossime due settimane.

L’Unione europea ci chiede di “riformare la riforma” della previdenza che a oltre 16 anni ha mostrato di non avere raggiunto i propri obiettivi: nonostante abbia creato un abisso tra il trattamento dei padri e quello su cui possono contare i figli, non ha arrestato la crescita della proporzione del Pil destinata alla spesa previdenziale: ora supera il 15% e si potrà stabilizzare unicamente se il tasso di crescita dell’economia torna dal rasoterra all’1,8% (secondo le stime del nucleo di valutazione della previdenza del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali) o dell’1,6% (secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato).

La richieste dell’Ue guardano essenzialmente al profilo dell’onere sulla finanza pubblica: si può ridurlo - occorre chiedersi - stabilendo una maggiore equità dell’attuale tra giovani generazioni e quelle più anziane? E si può farlo senza toccare i “diritti acquisiti”?

Cerchiamo di rispondere a queste domande iniziando dall’ultima. I “diritti acquisiti” variano al variare delle condizioni economiche e socio-politiche. La riforma del 1995 (e i suoi ritocchi) hanno inciso fortemente su quelli che sembravano essere i “diritti acquisiti” di tutti i futuri pensionati - da quelli appena entrati nel mercato del lavoro a quelli prossimi alla quiescenza.

Tuttavia, il provvedimento che più ha modificato i “diritti acquisiti” proprio di chi era già in pensione è la modifica del sistema di indicizzazione (aggiornamento degli assegni previdenziali all’andamento di prezzi e salari), una misura apparentemente tecnica, ma che in vent’anni ha trasferito circa 80 miliari di euro dalle tasche dei pensionati a quelle degli enti previdenziali. Mentre in un sistema previdenziale privato i “diritti” dipendono in gran misura dalla capacità di gestione alla luce di un andamento spesso imprevedibile dei mercati, nel sistema previdenziale pubblico i “diritti” sono il frutto di come Governi e soprattutto Parlamenti leggono l’evoluzione economica e sociale.

Sarebbe, però, errato non partire dal complesso di riforme già in atto per vedere come meglio tararle alle esigenze dei giovani. I suggerimenti e le proposte non mancano. Le più organiche sono quelle delineate di recente (inizio settembre) dal Center for Research on Pension and Welfare Policies (CeRP) del Collegio Carlo Alberto dell’Università di Torino. Il documento prende l’avvio dalla situazione immediata delle preoccupazioni (anche europee) per la finanza pubblica italiana e ricorda che la riforma del 1995 non sarà completata, a normativa vigente, prima del 2050. Contiene, quindi, una serie di proposte per giungere all’obiettivo di frenare l’escalation della spesa previdenziale.