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SCENARIO/ Bertone: ecco chi decide le mosse dell’Italia

Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Guai al trionfo della legge “mercatista” ha sibilato Tremonti, accusando Draghi in sostanza di essere la longa manus della Germania e al tempo stesso (quasi un miracolo, visti i conflitti in atto) delle grandi banche d’affari di Wall Street. Occorre riaffermare il primato della politica, cioè imporre in Banca d’Italia il direttore generale del Tesoro, emanazione della politica tenuta dal dicastero del’Economia. E pure “milanese” (di nascita, da non confondersi con l’ex braccio destro del ministro) come fa notare Umberto Bossi.

La disputa tra Colbert e i banchieri della Corona è un tema interessante. Roba da rifarci il prossimo bestseller dello scrittore Tremonti, cui non difetta la penna brillante. Ma l’arte di governo è fatta di opportunità e di sensibilità. Né può essere astratta dal tempo. A carico di Vittorio Grilli, persona di grande valore, osta un non piccolo difetto: non toccava a lui vigilare sul rispetto delle regole sulle partecipazioni pubbliche, a partire da Finmeccanica? Molti degli “strappi” attribuiti al deputato Marco Milanese, delegato imporpriamente dal ministro a occuparsi di queste materie, si sarebbero evitati se Grilli avesse battuto i pugni sul tavolo. È la persona giusta, dati i precedenti, cui affidare la Vigilanza sulle banche?

La questione non è teorica perché, ironia della sorte, in contemporanea al braccio di ferro su via Nazionale, esplode il caso Bpm. Sta emergendo, in buona sostanza, che una consorteria che dispone del 4% del capitale dell’istituto di piazza Meda ha imposto la sua legge alla gestione dell’istituto in ogni suo snodo sensibile. Con pessime conseguenze per il futuro della banca, una delle più importanti per i destini dell’area economica milanese. Contro quest’andazzo si è schierata la Banca d’Italia assieme alle segreterie nazionali del sindacato. Con risultati a dire il vero modesti, per ora. Staremo a vedere come evolverà il film di qui al 22 ottobre, data clou per un aumento di capitale necessario, ma comunque troppo ridotto per voltar pagina per davvero.

Nel frattempo non si può fare a meno di notare che il presidente di Bpm, Massimo Ponzellini, è l’unico banchiere che ha potuto contare, al momento della sua nomina (dopo trattativa privata e congrui aumenti di stipendi concordati con i soliti Amici della Bpm), sulla spinta congiunta di Tremonti e di Bossi. Non è stata una bella impresa, tant’è che il ministro ha preso le distanze. Ma i precedenti suggeriscono un bel passo indietro alla scelta della “politique d’abord” davanti a una banca.

È la precondizione per uscire dal Club Med più di qualsiasi manovra o sacrificio. L’Italia ha varato, tra tagli e riforme, manovre per 250 miliardi tra il 2009 e il 2014. Cifre più che sufficienti. Purché si faccia qualcosa. Ovvero che si recuperi la credibilità della tigre celtica smettendo i panni del gattopardo.

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COMMENTI
03/10/2011 - chiedo un parere su qs. articolo che ho trovato (Emilio Colombo)

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=22680&size=A c'entra con il suo articolo? anche se non mi replica di seguito, mi piacerebbe sia approfondito il tema e confermati i dati grazie