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MANOVRA/ 1. I conti senza crescita non convincono i mercati

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Forse, però, il detonatore sarebbe tale da rendere la manovra meno recessiva e da porre al centro del dibattito economico, sociale e politico la questione di fondo: entrati nell’euro per il rotto della cuffia lanciando le accuse peggiori a tutti coloro che esprimevano perplessità sulla nostra capacità di rispettare le regole e soprattutto di aumentare produttività e competitività, a dodici anni dall’essere stati ammessi nel consesso possiamo dire in coscienza di avere modificato i nostri comportamenti - intendo i comportamenti di individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione, politica - in modo da averli adattarli rapidamente a quelli dei Paesi migliori dell’Unione monetaria? Se lo avessimo fatto, non ci troveremmo nel pasticcio in cui siamo e dal 1999, ad esempio, i nostri prezzi alla produzione non sarebbero cresciuti ad un tasso quasi doppio di quello della Germania.

Da questa prima domanda, ne nasce una seconda: siamo pronti a modificarli adesso? E di quanto tempo abbiamo esigenza per la transizione? Per quanto tempo gli altri soci del club saranno pronti a sopportare un componente del sodalizio che mette le mani nel piatto nelle cene di gala e, dopo una partita a tennis (in cui ha perso), si distingue per le battute oscene negli spogliatoi?

L’insostenibile leggerezza della manovra risiede in questi punti di fondo. La Commissione europea ci ha mandato una missiva che assomiglia alla lettera scarlatta del romanzo di Nathaniel Hawthorne: un memento che poco o nulla facciamo per la crescita. In un mondo in cui tutti corrono - dice la Regina di Picche ad Alice nel Paese delle Meraviglie - restiamo immobili se individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione e politica si sono abituati ad andare al passo e non vogliono o non possono essere più veloci.

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