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POLEMICHE/ Perché la Cgil difende l'articolo 18 da un attacco che non c'è?

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Lo scorso sciopero del 6 settembre (Ansa)  Lo scorso sciopero del 6 settembre (Ansa)

Non si tratta soltanto di una questione “di stile”: l’iter piuttosto rocambolesco con il quale è stata approvata in Senato la legge di conversione si è riflesso anche sul testo dell’art. 8 che, così come è formulato, darà certamente adito ad un ampio contenzioso a riguardo delle materie “derogabili” dalla contrattazione sindacale decentrata, dei limiti in cui sarà consentita la deroga sindacale, e dello stesso perimetro del “criterio maggioritario” in base al quale un accordo decentrato sarà obbligatorio per tutti i lavoratori (lo scenario più verosimile vedrà infatti numerosi accordi siglati dalla CISL e dalla UIL e non invece dalla CGIL, che normalmente è il sindacato di maggioranza relativa). Al riguardo è ben vero che il crollo dei mercati esploso questa estate ha imposto interventi drastici e urgenti e che, come ha ricordato Pietro Ichino in un’intervista rilasciata pochi giorni fa, sia la Banca d’Italia, sia la Banca Centrale Europea con la lettera di Trichet e di Draghi inviata i primi giorni di agosto hanno chiesto una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro stabili.

Ma vi era la possibilità di affrontare la materia in modo meno improvvisato ed emergenziale, consultando le parti sociali o almeno le parti più responsabili con un percorso legislativo accelerato che avrebbe potuto essere verosimilmente concluso in tempi brevi e con una maggior ponderazione delle norme da introdurre.

Sul piano sostanziale, al di là delle critiche spesso strumentali e delle distorsioni sul reale contenuto del testo di legge (ben evidenziate dall’On.le Giuliano Cazzola in un articolo comparso ieri l’altro su questa testata), la direzione in cui si muove l’art. 8 appare comunque sostanzialmente condivisibile. Anzitutto il legislatore ha delegato alla “contrattazione decentrata” numerose materie di carattere giuslavoristico, nel rispetto dei principi costituzionali e dei trattati europei. Tale scelta si muove nella linea del decentramento e valorizza la capacità dei sindacati “comparativamente più rappresentativi” di intervenire a livello locale o aziendale per regolare le materie del lavoro tenendo conto delle singole realtà locali, mutevoli e diversificate da comparto a comparto, da azienda ad azienda e da regione a regione.

Non si tratta peraltro di una scelta legislativa nuova, se si considera che negli ultimi decenni numerosi aspetti del rapporto di lavoro sono stati rimessi alla contrattazione sindacale, anche a livello aziendale: si pensi alla possibilità di individuare i “criteri di scelta” dei lavoratori da licenziare nell’ambito di licenziamenti collettivi in deroga ai criteri di legge (art. 5 L. 223/91) rimessa ai sindacati aziendali, ai criteri di rotazione per i lavoratori posti in cassa integrazione, alla disciplina in materia di orario di lavoro, di preavviso, di licenziamento per superamento comporto, di apprendistato, di contratti di solidarietà, di controllo a distanza dei lavoratori (art. 4 L. 300/70, cd. “Statuto dei Lavoratori”). Si tratta di deleghe ai sindacati “locali” che in questi anni sono state ben esercitate grazie alla responsabilità di tutte le parti coinvolte.


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