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POLEMICHE/ Perché la Cgil difende l'articolo 18 da un attacco che non c'è?

Pubblicazione:giovedì 8 settembre 2011 - Ultimo aggiornamento:giovedì 8 settembre 2011, 11.19

Lo scorso sciopero del 6 settembre (Ansa) Lo scorso sciopero del 6 settembre (Ansa)

Quanto poi alla specifica possibilità di delegare alla “contrattazione decentrata” anche la materia concernente “le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio” e per altre cause assimilate, essa non pare in contrasto con alcuna norma costituzionale. Il regime della reintegrazione ex art. 18 Stat. Lav. costituisce infatti un unicum al mondo, ed è stato introdotto per le imprese con più di 15 dipendenti soltanto nel 1970 dallo Statuto dei Lavoratori: oltre vent’anni dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione e in un contesto di espansione economica completamente diverso dall’attuale, in cui la crisi internazionale e le esigenze di competitività impongono una maggiore flessibilità in uscita anche per consentire migliori opportunità per i giovani e per chi si affaccia al mercato del lavoro. Del resto non solo la Banca Centrale Europea, ma molti osservatori anche dell’area riformista riconoscono che la tutela reintegratoria costituisce una delle maggiori cause del nanismo di molte imprese italiane e la ragione principale per la quale sono proliferate negli ultimi decenni le collaborazioni atipiche e le più disparate forme di lavoro precario; e riconoscono altresì che occorre ridisegnare il perimetro delle tutele dei lavoratori in caso di licenziamento.

Ben vengano quindi adeguate forme di tutela soltanto economica in caso di licenziamenti, come avviene da sempre per le imprese con meno di 16 dipendenti che occupano quasi la metà dei lavoratori dipendenti del nostro Paese. E nessuno scandalo che tali tutele non vengano imposte dirigisticamente dallo Stato centrale ma siano rimesse “alle rappresentanze sindacali comparativamente più rappresentative”, anche a livello territoriale o aziendale, che meglio di chiunque altro conoscono e possono apprezzare la particolarità di ciascun settore e realtà aziendale. Farà certamente discutere, ma appare comunque condivisibile, anche la (innovativa) scelta legislativa di rimettere le possibili deroghe ad accordi “su basi maggioritarie”: come il recente “caso Fiat” ha dimostrato (registrando numerose sentenze giudiziali contrastanti), e come hanno dovuto implicitamente ammettere anche le organizzazioni sindacali (CGIL compresa) firmando l’accordo interconfederale dello scorso 28 giugno in materia di rappresentanza sindacale, non è sostenibile che le aziende possano rimanere in balia di contrasti endosindacali e debbano subire il veto di una minoranza di lavoratori nell’applicare erga omnes accordi voluti dalla maggioranza.


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