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SCENARIO/ Bertone: ecco i dati che anticipano il default dell’Italia

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Jean Ckaude Trichet (Imagoeconomica)  Jean Ckaude Trichet (Imagoeconomica)

Insomma, la congiuntura non tira. E l’economia, che va male, è destinata ad andar peggio prima che si rivedano sprazzi di sereno. A meno che non arrivi una boccata d’ossigeno dagli Usa o che la Cina non assuma di nuovo il compito di locomotiva. Ma, in attesa di qualche buona nuova, a detta di chi non ha mai lesinato critiche sull’Italia “ingessata”, finalmente ci si è mossi nella giusta direzione. Anzi, di questo passo, l’Italia rischia di essere in materia di avanzo primario, il Paese più virtuoso nel 2012, anno che però promette di essere assai difficile, nonostante la fresca virtù acquisita. Anche perché, al contrario di quanto detto, soprattutto se detto e ripetuto anche da ministri autorevoli, non conta solo o tanto il “quanto”, cioè  il risultato finale bensì il “come”.  Da questo punto di vista l’elogio per il “figliol prodigo”  Italia è quanto meno prematuro. L’aggiustamento, ancora una volta, è sinonimo di aumento delle entrate che si avvicinano pericolosamente al 50% del pil (l’ultimo dato è del 48,7%). Ogni euro su due prodotto, dunque, finirà al fisco. Difficile, data questa premessa, praticare una politica di sviluppo che permetta di imprimere più velocità al pil. O di investire, come sarebbe necessario, nelle infrastrutture e nella formazione per creare opportunità di lavoro.

Senza dimenticare poi che, per una legge elementare, l’aumento della pressione fiscale tende a far crescere la tentazione ad evadere, soprattutto sul fronte dell’Iva che resta il primo capitolo di evasione fiscale in Italia.  Da quel punto di vista, il precedente della Grecia non fa ben sperare. La situazione ad Atene resta grave, i risultati inferiori a quanto concordato con la trojka di Bce, Ue e Fmi. Colpa della recessione? No, la diagnosi è più preoccupante: il governo greco non è riuscito a far pagare un euro di tasse in più nell’unico Paese della comunità dove si evade di più che nel nostro. Insomma, non basta ridurre i consumi, allungare l’età di lavoro o cambiare le condizioni in ufficio o in fabbrica. Tutto questo rischia di non bastare se non si saprà rispondere a una domanda di legalità nel mondo dell’economia. Che è qualcosa di più del “non metter le mani nelle tasche degli italiani”.

Altrimenti sprecheremo una buona occasione, forse l’ultima, per dare un futuro degno alle prossime generazioni. Come abbiamo fatto negli anni dell’euro quando, grazie alla moneta comune, abbiamo speso in interessi sul debito in media dei punti percentuali in meno che con la vecchia lira. Ma, lungi dall’impiegare queste maggiori risorse per annullare il debito (già ridotto con la vendita dei gioielli di famiglia, vedi Telecom, Autostrade, la Sme eccetera), le abbiamo gettate nel calderone della spesa corrente. E così è andato in fumo, in dieci anni, l’equivalente di un anno di pil.  



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