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FIAT/ Il "suicidio" della Fiom non toglie Marchionne dai guai

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Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)  Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Mettere insieme linee produttive e piattaforme, che si potrebbero anche razionalizzare: Peugeot è infatti più forte nei modelli di segmento medio-alto, mentre Fiat in quelli medio-bassi. Questo però un concetto ormai datato, che ha almeno dieci anni: non so se può reggere oggi, di fronte a un mercato stagnante come quello europeo. Solo una fusione potrebbe veramente funzionare, ma in questo caso mi sembra che ci siano molti ostacoli. Il vero vantaggio sarebbe comunque quello di mettere insieme due aziende che già collaborano e che hanno culture industriali simili e integrabili. Non è un elemento da sottovalutare se pensiamo a come è andata a finire tra Daimler e Chrysler.

 

Più che in Europa, Marchionne non avrebbe bisogno di un alleato in Asia, dove il mercato è in espansione, ma il gruppo è praticamente assente?

 

L’Asia è il grandissimo buco nero della Fiat. L’alleanza con Tata in India è andata male, mentre il suo ingresso in Cina è stato tardivo e solo con i veicoli commerciali. Marchionne ha già tentato vari partnership in Asia, ma senza successo. Ho letto che ora vorrebbe entrare in Cina con Chrysler, ma non so se questa manovra potrà funzionare. Sono un po’ pessimista, perché in Cina i grandi produttori mondiali sono ben insediati. Basti pensare che Ford, che è arrivata in ritardo una decina di anni fa, ora ha solo il 3-4% del mercato. Quello dell’Asia comunque è il grande problema di Marchionne, non tanto per raggiungere gli 8-10 milioni di auto prodotte, ma almeno il traguardo dei 6 milioni, che resta ancora lontanissimo.

 

Intanto è tornato il dibattito sulla futura sede del gruppo, una volta che Marchionne avrà completato la fusione tra Fiat e Chrsyler. Ci sarà un addio all’Italia?

 

Mettere la sede a Detroit vorrebbe dire far restare Chrysler e far scomparire Fiat. Mi sembra sconveniente far sparire un marchio che in America Latina è ancora abbastanza forte. C’è inoltre un know how tecnologico e industriale in Italia, molto forte nell’ingegneristica e nella motoristica, che può rivelarsi utile per Chrysler. Certo, l’Italia pecca nella parte marketing, ma in quella industriale non è così debole. Nel momento in cui ci sarà la fusione, credo che sarà quindi interesse dello stesso gruppo mantenere un forte radicamento nella cultura industriale italiana. Nelle grandi industrie, del resto, le cose non si possono improvvisare, occorre avere una storia alle spalle.

 

In che senso?

 

Una cultura industriale non si può “buttare a mare”. Lo dimostra anche il caso dell’industria automobilistica americana, data tante volte per morta. Certo si è ridimensionata, ma è sempre lì. Senza dimenticare la Germania, che è il classico esempio di un Paese che ha saputo valorizzare, difendere ed espandere la propria cultura industriale. Resta in ogni caso aperta la discussione su quello che si può produrre in Italia. Per esempio, dobbiamo continuare a fare automobili di massa? Non voglio entrare nel merito della questione, ma ciò non toglie che esiste.

 

Per Marchionne resta poi aperta la questione sindacale. La Fiom ieri ha annunciato di aver raccolto le firme necessarie per presentare un referendum abrogativo sul contratto Fiat siglato a dicembre.


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