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FIAT/ Il "suicidio" della Fiom non toglie Marchionne dai guai

Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica) Sergio Marchionne (Foto Imagoeconomica)

Secondo me, se ci sarà il referendum la Fiom lo perderà. Da come sono andate finora le cose negli stabilimenti non credo che i metalmeccanici della Cgil abbiano il consenso necessario a far saltare il contratto. Credo che ci sia da parte loro anche una cecità strategica: siamo in una situazione in cui i rapporti di forza sono nettamente sfavorevoli ai lavoratori dell’industria, soprattutto quella grande. Basti pensare che in Italia si sta smontando il welfare state, si sta rimettendo in discussione in modo drastico e immediato il patto sociale che era stato scritto e costruito tra gli anni ’60 e ’70. Alla Fiom sfugge poi una lezione del passato.

 

Quale?

 

Nel 1980 il centro studi della Cgil fece un’indagine molto capillare nelle fabbriche italiane ed emerse che la maggioranza dei lavoratori Fiat accettava la ristrutturazione. Stiamo parlando di un periodo in cui il potere sindacale era al massimo, mentre oggi è al minimo. Questa mossa della Fiom mi sembra quindi francamente suicida. La potrei giustificare solo come la difesa di una “bandiera”, un voler dimostrare di aver mantenuto fede alla propria posizione ideologica.

 

Marchionne ha ribadito di voler lasciare la guida del gruppo una volta completato il progetto di fusione nel 2015. Cosa potrà accadere dopo? Chi potrebbe prendere il suo posto?

 

Ma Marchionne lascerà davvero? Battute a parte, credo che se di qui al 2015 le cose con la Chrysler andranno avanti così, lui resterà nella storia del management come l’uomo che ha salvato un’azienda che sembrava morta. Credo che al suo posto verrà un americano.

 

Perché?

 

Va detto innanzitutto che Marchionne non ha mai costruito la sua successione, anzi ha “eliminato” tutti i possibili successori. È una sorta di novello Urano che uccide i suoi figli. Inoltre, una volta completata la fusione tra Fiat e Chrysler, il baricentro del gruppo sarà più spostato verso gli Usa. Per questo vedo più un americano che un italiano. Questo non è però in contraddizione con l’idea di non chiudere in Italia. Basti pensare all’esempio di Opel, un marchio con una propria identità tedesca, ma posseduto da General Motors.

 

Dunque è da escludere un ritorno nella gestione di Fiat della famiglia Agnelli, magari con John Elkann?

 

Penso che la famiglia Agnelli sia sempre più defilata. Non è lei a decidere le strategie, come ai tempi dell’Avvocato, che sovrastava i vari Romiti, Cantarella e Ghidella. Il comando ce l’ha Marchionne, gli altri sono degli “azionisti al seguito”, anziché essere il management a seguito degli azionisti.

 

(Lorenzo Torrisi)

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