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FINANZA/ C'è un piano di S&P’s e Usa per far crollare l’Europa (e l'Italia)

Pubblicazione:lunedì 16 gennaio 2012

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Ma non solo. Leggendo attentamente la nota di accompagnamento ai downgrade presentata da S&P’s, si colgono molti messaggi in codice, uno dei quali riguarda l’eurozona e spiega in maniera chiara quale sia il futuro che ci attende e che S&P’s ha già prezzato, ritenendolo inevitabile. Ecco il passaggio in questione: «Come abbiamo sottolineato prima, ci aspettiamo che politici e regolatori dell’eurozona accorderanno uno status de facto di creditore privilegiato all’Esm, in caso di un default sovrano nell’eurozona. Noi crediamo che la prospettiva di subordinazione di un grande creditore, il quale potrebbe avere un ruolo chiave in ogni futura riorganizzazione del debito, contribuirà ampiamente alla crescita dei rendimenti dei bond governativi a lungo termine per i paesi dell’eurozona con basso rating e potrebbe ridurre il loro accesso al mercato». Insomma, S&P’s ha già prezzato il default greco, per il semplice fatto che questo è stato già “deciso” da Stati Uniti e Germania.

Già, proprio così. Come spiegare, infatti, le uscite a freddo di due eminenti membri della Cdu tedesca, il capogruppo Michael Fuchs e il portavoce del partito in materie finanziare presso il Bundestag, Michael Meister, rispettivamente di giovedì e venerdì scorsi? Il primo ha lanciato questa bomba nello stagno ellenico: «La Grecia dovrà uscire dall’area euro, visto che sta combattendo contro una montagna di debito che la rende incapace di recuperare competitività senza una propria moneta da poter svalutare». Il secondo quest’altra: «La vera ragione per cui siamo entrati in azione (per la Grecia) non è necessariamente per simpatia verso Atene, ma perché ci sarebbe stata un’ondata di shock nel sistema finanziario. Penso che ora la scala di quella minaccia sia diminuita». Insomma, al netto delle belle parole di Angela Merkel in favore di telecamere, Berlino ha deciso di staccare la spina. E guarda caso, in perfetta contemporanea con l’annuncio di downgrade di S&P’s, le banche creditrici di Atene hanno annunciato di aver sospeso i negoziati sui termini della ristrutturazione del debito pubblico, fondamentale per ottenere i soldi del secondo piano di salvataggio: «Le discussioni non hanno portato a una risposta costruttiva da tutte le parti - scriveva in una nota l’Institute of international finance -. I colloqui sono quindi sospesi per consentire una riflessione sull’opportunità di perseguirli».

Insomma, siamo alle soglie della rottura definitiva, un qualcosa che stando a una fonte vicina ai negoziati citata da Bloomberg, «sarebbe catastrofico, sia per la Grecia che per l’Europa». Eppure in Germania non la pensano così: e la Germania, guarda caso, ha mantenuto la tripla A mentre la Francia, anch’essa molto esposta alla Grecia, ha dovuto dirle adieu. Come mai? A dircelo chiaramente ci pensa il mercato Ggb Basis (un bel pacchetto che contempla bond greci più protezione cds sugli stessi) degli ultimi due mesi: è in netto rialzo, segno che gli istituti di credito - strapieni di quei Ggb - stanno vendendone vagonate agli hedge funds come pacchetti base a buon
mercato. Una mossa rischiosa, visto che non fa che aumentare a dismisura le possibilità che l’accordo tra creditori e governo greco deragli completamente, poiché si trasferisce il rischio su soggetti - i fondi speculativi - che non hanno alcun incentivo a partecipare all’accordo stesso. Anzi, come vedremo dopo, da un certo punto di vista hanno tutto da guadagnare dal suo fallimento. Il prezzo del Ggb Basis è salito negli ultimi due mesi, sintomo che c’è domanda sul mercato, ma, se da un lato questa pratica appare utile ai bilanci delle banche per ridurre la loro esposizione, dall’altro diversifica in maniera molto opaca e disordinata la proprietà reale di quei bonds greci, rendendo molto difficile il raggiungimento di un ampio accordo sugli haircuts, stante la non volontà degli hedge funds di accordarsi sui tagli.


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