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FINANZA/ C'è un piano di S&P’s e Usa per far crollare l’Europa (e l'Italia)

Standard&Poor’s, spiega MAURO BOTTARELLI, con i suoi downgrade ha operato come braccio armato finanziario del Dipartimento di Stato statunitense e del Treasury

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Quale sia la mia valutazione delle agenzie di rating, del loro operato e della loro credibilità è cosa nota ai miei lettori da molto, molto tempo. Questa volta, però, Standard&Poor’s ha operato come braccio armato finanziario del Dipartimento di Stato statunitense e del Treasury, quindi occorre denunciare con forza il piano che sottende il farsesco downgrade di massa dell’eurozona comunicato venerdì scorso. A fronte di nuovo innalzamento del tetto di debito Usa ormai impellente, seguito da sempre maggiori alleggerimenti di detenzioni dello stesso da parte di grossi investitori - Cina e Russia in testa -, a Washington avevano bisogno di una sola cosa: distruggere il programma Ltro della Bce, devastando del tutto il mercato obbligazionario sovrano europeo.

Già, perché per quanto io abbia riserve sulle sue modalità di applicazione (che persistono), la ricetta di Mario Draghi stava cominciando a portare con sé il risultato sperato: calmare gli spread, soprattutto sulle scadenze a lungo termine e puntellare l’euro. Detto fatto, la mossa di S&P’s potrebbe vanificare gli sforzi su entrambe i fronti, rendendo potenzialmente inutile o disperata la seconda asta Ltro prevista per fine febbraio. Provo a spiegarvi il perché.

Casualmente, a metà pomeriggio di venerdì, Lch Clearnet, la camera di compensazione dove si tratta il debito sovrano, ha deciso di alzare di nuovo i margini per detenere debito italiano a lungo
termine: 18% di margine iniziale per la classe compresa tra i 15 e 30 anni e 8,3% per la classe del benchmark, quella tra i 7 e i 10 anni. Insomma, un’ulteriore spinta a vendere le scadenze lunghe (gonfiando lo spread) per soddisfare i margini e ad acquistare debito a breve, ovvero entro i 3 anni di garanzia offerti dalla Bce. E le nostre prossime aste, il 26 e 30 gennaio, sono a lungo termine. Per le banche, poi, il problema è decisamente serio, visto che quello 0,15% di aumento sui margini iniziali richiesti va a intaccare l’utilizzabilità dei Btp a durata 7-10 anni come garanzia per fare funding. Ovvero, chi usa bonds per ottenere liquidità attraverso i pronti contro termine dovrà restituire un po’ di soldi oppure aumentare le garanzie. Da oggi, quindi, è probabile che si innescherà una margin call su larga scala verso le banche che hanno messo a garanzia titoli di Stato italiani per ottenere cash a breve, di fatto rendendo sempre meno interessante e costoso per il sistema bancario detenere nostro debito.

Come mai, però, Lch Clearnet ha atteso proprio venerdì per alzare i margini, visto che normalmente lo fa quando un bond decennale supera per qualche giorno quota 7% di rendimento, come accadde a noi lo scorso novembre, colpiti dopo solo due giorni di permanenza nell’area di pericolo rosso? Siamo stati parecchi giorni sopra il 7%, perché proprio venerdì? Di più, nonostante in base alla determinazione dell’investment grade di Goldman Sachs l’Italia sia ancora in prima fascia per due livelli, nonostante il BBB+, c’è il concreto rischio che molti fondi scarichino nostro debito a causa dei vincoli mandatari, ovvero a causa del fatto che per statuto possono detenere solo obbligazioni di fascia sicura, cioè con investment grade non in fascia speculativa di rating. Parliamo sia di chi potrebbe spaventarsi per la minaccia di ulteriore downgrade italiano, quest’anno o il prossimo, contenuta nella nota esplicativa di S&P’s, ma anche di chi già con la perdita del rating A, vede scattare l’obbligo di vendita del titolo. Ogni fondo di investimento e fondo pensione, infatti, ha regole diverse sull’eleggibilità delle classi di investimento che possono essere utilizzate e chi ha come vincolo di detenzione il rating A del titolo, da oggi potrebbe essere costretto a liquidare la posizione.

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