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IL CASO/ Le liberalizzazioni "alla Monti" tra svendita e concorrenza

In Italia, grazie al governo Monti, che questa settimana conta di approvare un decreto sulle liberalizzazioni, tutti sembrano sentirsi più liberali. Il commento di MICHELE ARNESE

Mario Monti (Foto Imagoeconomica) Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

Sarebbe bello, giusto e liberale vivere in un’economia in cui la mano pubblica non esistesse; in cui libere aziende private si facessero concorrenza in tutti i settori; in cui lo Stato si limitasse a vigilare e a punire le imprese che con accordi di cartello o altro violassero il sacro principio del mercato libero e concorrenziale. Tutto molto bello e ideale.

Poi c’è la realtà, non solo in Italia. C’è lo Stato che a volte vigila e al contempo produce beni e servizi; c’è la mano pubblica che agevola, incentiva e foraggia; e ci sono società controllate dallo Stato che hanno la proprietà di reti infrastrutturali che in quel determinato momento storico i cittadini ritengono che non debbano essere di proprietà privata.

In Italia, grazie al governo Monti, che questa settimana conta di approvare un decreto sulle liberalizzazioni, è partito implicitamente un concorso a chi è più liberale, liberista e liberalizzatore. Nessuno vuole essere meno liberista di un montiano e nessun liberale vuole mostrarsi meno liberalizzatore di un liberista. I più novizi del tema, come sempre succede, sono i più intransigenti.

Un esempio? Il giurista Giovanni Pitruzzella che il Presidente del Senato, l’ex dc poi forzista quindi pidiellino, Renato Schifani, ha voluto alla presidenza dell’Antitrust. Pitruzzella ha consegnato un rapporto a Palazzo Chigi che forse neppure Francesco Giavazzi avrebbe potuto scrivere con la collaborazione o meno di Alberto Alesina. Ma che sicuramente sarà giudicato liberista all’acqua di rose dal liberista integrale Luigi Zingales.

L’agenda delle liberalizzazioni non risparmierà nessuno, promettono da Palazzo Chigi. E quindi si inciderà sul mercato ristretto dei taxi, sul numero limitato delle farmacie, si renderanno plurimarche i distributori di benzina e si cercheranno di aprire le corporazioni, pardon gli ordini professionali. Per carità, non basta, dicono i liberisti in servizio permanente effettivo. Non quelli apprezzati per il loro rigore e le loro ricerche, che animano, ad esempio, l’Istituto Bruno Leoni, ma quelli dell’ultima ora.

I montiani prêt à porter sentenziano: bisogna colpire i colossi pubblici che non consentono ai privati di svilupparsi. Giusto, anzi doveroso. Da chi cominciamo? Dalle Ferrovie dello Stato? Ottimo. E che cosa si fa? La risposta è pronta: passare la proprietà di Rfi (Rete ferroviaria italiana), controllata dalla capogruppo Fs, dalla holding pubblica posseduta dal ministero dell’Economia al ministero dell’Economia. Gli addetti ai lavori dicono che se la rete passa da una spa controllata dal Tesoro al Tesoro è una rivoluzione. Sarà.


COMMENTI
16/01/2012 - io non sono liberista (francesco taddei)

io non sono un liberista dogmatico idealista (e senza patria). perciò credo che ai cittadini debba essere agevolato l'ingresso nel mercato del lavoro(riforma ordini professionali) e data una più ampia possibilità di scelta nel mercato(fornitura farmaci e carburante). ovvio che se lo stato tartassa tutto e tutti i prezzi non scendono. però per quelle aziende strategiche per l'italia dico che dobbiamo tenercele. il mercato perfetto senza grossi calibri ma solo con gentleman è un'utopia. per me il paese (sia stato sia cittadini) deve essere tutelato, invece che compiacere economisti e salottieri.