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FINANZA/ Sapelli: vi spiego l'imbroglio delle agenzie di rating

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La verità è che, per coloro che operano e credono nei cosiddetti mercati, è necessario (pena il suicidio morale) dimenticare i fallimenti delle agenzie di rating e questo perché il nuovo mercato finanziario, ormai la recente crisi lo ha dimostrato, è l’unica forma di mercato dispiegato che, per coloro che credono nella sua perfezione, non sopporta di essere messo in discussione. Infatti, questa nuova forma di mercato per continuare a esistere non ha bisogno di comportamenti virtuosi e tanto meno di morali di sostegno. Il mercato, che abbiamo in mente, che aveva bisogno di tutto ciò, era quello precedente la deregulation reaganiana, prima dell’avvento dell’Itc grazie a cui schiacciando un bottone e applicando una formula matematica compro e vendo migliaia di titoli per bilioni di dollari. Questo mercato è la quintessenza della reificazione e del rischio permanente e non ha nulla a che vedere con la struttura industriale, concreta, in carne e ossa, della società capitalistica e di ciò che rimane del mercato industriale.

Le agenzie di rating sono sopravvissute a tutti i loro smacchi, a tutte le loro failures, perché di esse vi è bisogno: sono la foglia di fico, sono come la parabola di Menenio Agrippa che giustifica lo sfruttamento di una classe sull’altra, sono come la corporate social responsability, in cui a parole primeggiavano i capi malfattori di Enron. A conferma della mia tesi cito il fatto che si è cominciato a lamentarsi delle agenzie di rating solo quando queste hanno investito i titoli del cosiddetto debito sovrano, cioè si sono mosse all’attacco degli stessi stati, fenomeno che si è accentuato quando l’indipendenza delle banche centrali dalla politica ha enormemente favorito la speculazione e la manipolazione bancaria. Ma anche qui si è proceduto per gradi. Finché gli stati erano la Thailandia o quelli dell’America del Sud, si poteva transigere. Quando invece le agenzie, spesso fortemente legate a segmenti dei partiti politici nordamericani, hanno cominciato ad attaccare gli stessi Stati Uniti e gli stati della zona Euro, valutandone, come del resto facevano già da anni, l’affidabilità finanziaria, l’allarme rosso è suonato. Un po’ tardi, tuttavia.

Nel mentre, fatto inusitato, una grande parte degli investitori istituzionali ha iniziato a dubitare della stessa affidabilità delle agenzie di rating. Non si capisce ancora bene per quale ragione. Si potrà emettere un verdetto solo tra qualche tempo. Per ora basta dire che forse l’oligopolio delle agenzie si è esposto troppo e ha sottovalutato il ruolo che gli stati ancora svolgono nell’economia, tramite la tassazione e tutto ciò che cade sotto i poteri del legislativo. Le agenzie di rating dovrebbero spendere un sacco di soldi per sviluppare una così fitta rete di lobby, come del resto già fanno, che possa renderle immuni definitivamente e in ogni parte del globo, dalle rappresaglie che le classi politiche universali possono scatenare contro di loro. Ma a questo punto i costi supererebbero i favolosi guadagni che esse conseguono con le loro spericolate speculazioni.

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