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FINANZA/ Sapelli: vi spiego l'imbroglio delle agenzie di rating

GIULIO SAPELLI ci parla delle agenzie di rating, della loro storia e del loro potere, strutturato in un oligopolio che, spiega, arriva anche a sfidare il potere degli Stati

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Nelle nostre conversazioni usiamo spesso l’espressione eterogenesi dei fini. Il significato di questa espressione è semplice: un costrutto umano, istituzione, associazione, ecc., nato per perseguire determinati fini, strada facendo ne persegue altri. Gli esempi in proposito sono moltissimi, ciascuno di noi potrebbe ricordarne a iosa. Si potrebbe dire che l’eterogenesi dei fini è talmente diffusa da essere non una patologia della società, ma un aspetto della sua fisiologica vita.

A questo penso quando leggo o ascolto le notizie sulle agenzie di rating e sui commenti che la loro azione provoca. Perché? Perché esse, alla loro nascita, che può collocarsi agli inizi del Novecento negli Stati Uniti, erano state concepite da dei veri e propri innovatori del sistema capitalistico, innovatori che erano anche dei moralisti. Non a caso nascono dopo la grande tempesta della speculazione finanziaria di fine Ottocento e dei primi del Novecento scatenata dai cosiddetti Robbers Barons contro i quali la magistrale penna di Thorstein Veblen scrisse pagine esemplari in The Theory of the Leisure Class.

Di che cosa si trattava? Si trattava di trovare un mezzo grazie a cui non si potessero più vendere lemmons, ossia detto in parole povere “sole”, a investitori malcapitati e sprovveduti. Le società che vendevano azioni erano sottoposte a un rating, cioè a una valutazione classificatoria che ne misurava il grado di affidabilità nel breve, nel medio e nel lungo periodo. Naturalmente tutto quello che nasce nel sistema capitalistico diventa merce e quindi via via i fondatori delle agenzie di rating, che son più o meno quelle di oggi, non solo si facevano pagare in modo continuativo dalle aziende che valutavano, ma via via che gli affari crescevano, con l’ampliarsi della borsa, inclusero nel loro capitale sociale nuovi azionisti, che spesso coincidevano e coincidono con alcune delle istituzioni che esse, un tempo, valutavano a pagamento.

Ma un’altra forza del capitalismo è anche quella di trovare una giustificazione razionale ai conflitti di interesse possibili. Questa giustificazione razionale risiede nella parabola che gli economisti liberisti spesso ripetono: se un’organizzazione che agisce sul mercato non funziona, il mercato, che è sempre razionale, ne decreterà la morte. Quindi se le agenzie di rating sono sopravvissute, che so alla delegittimazione che ebbero, per esempio, con la crisi del ‘29, quando un sacco di triple A crollarono rovinosamente, oppure al crollo più recente della Lehman Brothers, valutata come si fa con le stelle del firmamento, se esse non sono state eliminate dal mercato, la ragione di ciò risiede nel fatto molto semplice che sono esse stesse a fare il mercato, con una tale forza e capacità egemonica che sopravvivono a ogni forma di smentita che dallo stesso mercato (sic!) promana. Perché questo è il nodo vero: certo, il conflitto di interesse esiste, perché chi le possiede, le agenzie, può manipolare i titoli come meglio crede, ma dire ciò mi si perdoni, è cadere in una banalità.