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QUALCOSA DI SINISTRA/ Liberalizzazioni, tutti i "trucchi" di Monti

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Tutte utili, tutte sacrosante. Nessuna, però, decisiva per la ripresa economica. E in materia di liberalizzazioni, il governo farebbe bene a dirlo chiaro, per non creare attese infondate che, andando deluse dai fatti, potranno poi ritorcerglisi contro come un boomerang. È questa, infatti, la sensazione che si sta avendo in questa concitata vigilia del “decretone” che il governo dei tecnici sta cucinando, discutendone con le categorie coinvolte un po’ più del previsto, e del suo solito. È come se su questo terreno Monti e i suoi volessero fare “bella figura” con l’Europa, pur essendo consapevoli che la sostanza della situazione economica italiana non cambierà grazie alle nuove norme. Veniamo a due o tre delle più controverse: quelle sui tassisti, sulle edicole e sui benzinai.

È assolutamente vero che i distributori di carburanti “no brand” esercitano un effetto calmiere sul mercato, ma la loro densità è fatalmente limitata in un sistema come quello italiano che ha già dal doppio a una volta e mezzo il numero di distributori di carburante degli altri paesi europei. E perché le grandi compagnie petrolifere dovrebbero smobilitare una parte dei loro impianti per far posto ai no-brand? Se d’altronde recarsi deliberatamente al no-brand comporta per l’automobilista la necessità di coprire un percorso alternativo più lungo a quelli che è costretto a coprire, il gioco non vale la candela, ovvero si brucia in benzina più denaro di quanto se ne risparmia acquistando la benzina low-cost. Quindi, ben venga l’innovazione, augurandoci di trovarci spesso sulla strada di un distributore no-brand, ma non si dica che di fronte a un fisco schiacciante che inzuppa nella benzina un euro di accise o giù di lì questa norma sia rilevante. Utile sì, rilevante no.

Idem sui tassisti: non è corretto dire che scarseggino, nelle metropoli italiane, e anche le tariffe sono nelle medie internazionali. Si vogliono liberalizzare le licenze? Ora, a parte la difficoltà tecnica di non ledere i diritti acquisti, quanti posti di lavoro in più si pensa di poter creare? Mille? Duemila? Boh, ben vengano, se ci riesce. Ma stiamo parlando pur sempre di meno posti di quanti ne ha tagliati al Fiat a Termini Imerese. Paradossale, poi, l’enfasi data alla liberalizzazione delle edicole: tutte in crisi, per il palpabile calo delle vendite dei giornali. Chi mai sarebbe così fanatico da aprire un’edicola proprio oggi, in questa situazione? Come aprire un’osteria nel Paese degli astemi.

Certo, sulla liberalizzazione delle professioni qualcosa si può fare: ma fin quando non si toglierà valore legale al titolo di studio - che è poi la soluzione estrema auspicata dagli iperliberisti, salvo scoprire che quando vanno dal dentista cercano quello che è anche docente universitario! - la paratia tra “titolati” e “abusivi” resterà. E siamo sicuri che sia proficuo abbatterla? Ci sono più avvocati nella provincia di Roma che in tutta la Francia; più commercialisti e ragionieri in Lombardia che in tutta la Germania. Siamo sicuri che sia economicamente proficuo abolire gli ordini, liberalizzare le professioni? E poi: è una colpa degli ordini non saper vigilare sulla deontologia dei propri iscritti, non della legge aver previsto una vigilanza!


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COMMENTI
18/01/2012 - Ma si crescerà con le liberalizzazioni? (paolo paoletti)

Ottimo articolo che condivido totalmente, infatti credo, ma perchè osservo qeullo che sta accadendo (e guardare la realtà serve più che mille ragionamenti su essa), che ogni liberalizzazione raggiunga nel breve quello che si è prefissata, ma sul lungo termine può generare situazione inaspettate (cito come esempio la liberalizzazione del trasporto nel Regno Unito e quante illusioni a creato e oggi che le gestisce!) Sarebbe interessante che, oltre alle liberalizzazioni, si parli di progettualità reale su come ridare vita all'essere imprenditori in modo da generare quel desiderio di mettersi in proprio a afre qualcosa che possa cambaire sia la vita di colui che fa impresa che di chi gli vive intorno. Parliamo di apprendistato, parliamo di come il lavoro manuale sia un reale fattore di crescita per un paese, parliamo di industria dove si fannno i prodotti. Parliamo e realmente industriamoci affinchè con ogni mezzo e idea si possa ridare vita a quello che nel nostro Paese è realmente l'humus della nostra società. Credo che la guerra alle lobby o alle corporazioni (non dimentichiamoci il valore delle corporazioni che nei secoli hanno dato lustro all'Italia) no sia un fattore che genererà una crescita reale, ma colpirà ancora il già fragile desiderio che l'Uomo strutturalmente possiede e che, se educato e accompgnato, genera un valore per se e per gli altri, diventando una forza invincibile, perchè non ricattabile dalle inevitabili fatiche e sconfitte del cammino del vivere.