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FINANZA/ 2. Ecco il fallimento che divide Bce e banche

Pubblicazione:giovedì 19 gennaio 2012

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In funzione del tasso d’interesse di queste nuove obbligazioni, i creditori privati potrebbero infatti perdere sino all’80% del loro credito. La Grecia, inoltre, si stava mostrando sempre più esigente, in quanto la sua economia continua a peggiorare: il deficit di bilancio è aumentato dello 0,8% nel 2011, a 21,64 miliardi di euro, secondo i dati pubblicati ieri dal ministero delle Finanze. Inoltre, con un taglio solo del 50% e al netto delle necessarie ricapitalizzazione bancarie, l’abbattimento dello stock di debito si limiterebbe a 30-35 miliardi di euro. Insomma, la Grecia chiedeva di più e i banchieri non intendevano concederglielo. Semplice. Forse troppo semplice.

Quell’accordo, infatti, ha creato un gran brutto effetto collaterale: ha quasi ucciso il mercato dei credit default swaps, visto che quanto concordato tra Grecia e banche, essendo su base volontaria, non configura un evento di credito e quindi non fa scattare le clausole di default dei contratti. Quindi, chi è esposto verso la Grecia, al netto delle trattative, non compra più cds - di fatto inutili, visto che l’accordo sancisce un precedente pesante e destinato a fare giurisprudenza - ma scarica le sue detenzioni di debito a rischio scontando già l’haircut ancora in discussione - o anche uno sconto maggiore - pur di sgravare i bilanci. E le banche statunitensi non possono permettersi che il florido mercato dei cds si estingua o diventi residuale.

Qualche numero, offertoci dalla Banca per i regolamenti internazionali (Bis): nella prima metà del 2011, le banche Usa hanno aumentato le loro vendite di cds, soprattutto sovrani, di 81 miliardi di dollari, arrivando a un totale di 518 miliardi. Due terzi di questi 81 miliardi sono legati a Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna e, stando a dati dello stesso governo statunitense, cinque banche - JP Morgan, Morgan Stanley, Bank of America, Citi e Goldman Sachs - pesano per il 90% dell’esposizione totale a cds. Inoltre, le banche Usa utilizzano i cds per fare hedging sull’esposizione ai debiti sovrani anche come controparti.

I dati diffusi lo scorso giugno dalla Bis mostrano che le banche statunitensi hanno prestato direttamente circa 181 miliardi di dollari alle cinque nazioni Piigs e hanno copertura cds di tre volte tanto: contabilizzando le detenzioni Usa di cds, l’esposizione statunitense (total risk) sale a 767 miliardi di euro. Insomma, a fronte di un business decisamente ghiotto messo in pericolo dall’accordo, c’è un ammontare netto di nozionale di cds greci pari a soli 5,3 miliardi di dollari, stando a dati della Depositary Trust&Clearing Corporation, nulla di paragonabile al totale del debito greco, pari a 394 miliardi di dollari.

Quel dato, inoltre, rappresenta un calo del 28% in un anno, la flessione più marcata tra i primi 30 cds - sovrani e corporate - tracciati da Dtcc. Il numero nozionale di cds greci sul mercato è il 21mo al mondo, dietro all’Italia (prima in classifica), Francia, Spagna, Goldman Sachs, JP Morgan, Berkshire e Wells Fargo. Di più, l’esposizione netta dei partecipanti del mercato che hanno venduto cds sovrani greci è, dati al 21 ottobre scorso, approssimativamente di soli 3,7 miliardi, dai 6,3 miliardi di dollari di inizio anno.

Insomma, nulla di irreparabile per i grandi player del mercato rispetto all’estinzione di un business come quello dei cds sovrani e corporate. L’unico soggetto che patirà - e molto - per un default greco, è la Bce, la quale detiene decine di miliardi di debito ellenico sottoforma di collaterale per ottenere finanziamenti e che vedrà quella carta riprezzata pesantemente al ribasso, se non addirittura trasformata in immondizia, rischiando di innescare un’altra corsa sulla liquidità. Eh già, la Bce ha in pancia 40 miliardi di bonds greci acquistati dal giugno 2010 in avanti all’interno del programma Esm e questo dato la trasforma nel più grande detentore di debito ellenico.

 


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