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FINANZA/ 2. Ecco il fallimento che divide Bce e banche

Pubblicazione:giovedì 19 gennaio 2012

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Nonostante questo, la Bce non è parte in causa nella trattative tra creditori privati e governo greco, per scelta della stessa Eurotower. La quale, però, in caso di ristrutturazione coercitiva, magari con l’introduzione retroattiva di clausole di class action, si troverà di fronte a un bel dilemma. Se continuerà a resistere nella sua posizione, subordinerà tutti gli altri detentori di debito greco, i quali vedranno le loro posizioni semplicemente cancellate. Molti di questi soggetti sono banche europee, le quali da un’operazione simile vedranno compromesso il loro capitale e, paradossalmente, potrebbero per questo avere bisogno della Bce. E, cosa ancora peggiore, tramuterebbe in senior anche le sue detenzioni di altri debiti sovrani, ovvero spagnolo e italiano. Insomma, il programma Esm rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio.

Fin qui la Bce, ecco forse spiegato l’appello quasi disperato di Mario Draghi di fonte all’Ue, quando ha definito la situazione attuale “gravissima”, a fronte di un peggioramento, guarda caso, nel quarto trimestre del 2011. Le banche appartenenti al consorzio di creditori no, loro, paradossalmente, da un default hanno ormai solo da guadagnarci, non creando un precedente scomodo che azzoppi il mercato cds e certamente in grado di reggere un impatto così limitato come quello del nozionale di cds greci, visti i quotidiani outflows di contante per le variazioni dei margini, un qualcosa che ci dice come le banche abbiano di fatto riserve extra per un evento di default e potrebbero paradossalmente diventare beneficiarie di inflows di contante.

Gli hedge funds, ormai definiti sui mercati “activist sovereign hedge funds”, dal canto loro, si fregano le mani e comprano cds greci a valanga dalle banche più piccole, quelle che non fanno parte del consorzio di creditori privati che sta trattando, certi che la decisione degli stessi creditori di sospendere i colloqui sia il primo atto verso un default coercitivo entro due mesi al massimo. Gli ultimi dati contenuti nel report dell’Ifre parlano questa lingua: nel quarto trimestre del 2011, banche europee di dimensioni minori hanno scaricato posizioni, prontamente acquistate dai fondi speculativi, anche quei vulture funds, o fondi locusta, che acquistano ciò che nessuno vuole comprare, pronti poi a scatenare cause legali contro il Paese caduto in disgrazia di turno. A spaventare tutti, un aggettivo e una parola: “volontario” e “clausole di class action”, che di fatto si tramutano nella parola che occuperà sogni e incubi del mercato nel futuro prossimo, “subordinazione”. Ovvero, il porzionamento di una classe già esistente di bonds in due distinti sottoinsiemi che vengono trattati con prezzi diversi e posseggono differenti protezioni dell’investitore. Detto in parole povere, un ulteriore colpo al mercato obbligazionario.

Insomma, parecchie banche europee di second-tier nell’ultimo trimestre dell’anno scorso hanno venduto portafogli di debito greco nel range dai 50 a 100 milioni di dollari, con almeno un caso di trade superiore a questa cifra. Ad acquistare, hedge funds intenzionati a creare posizioni in grado di bloccare l’accordo e vulture funds che si stanno focalizzando sul debito greco denominato estero che sottosta alla legislazione britannica, una scorciatoia per quando si andrà a battere cassa per ottenere il pagamento: niente tribunali greci, basterà l’Alta corte di Londra, solitamente molto generosa verso le richieste di risarcimento dei “fondi locusta”, ne sanno qualcosa Zambia e Liberia, trascinate in aula per rispettivi 40 e 12 milioni di sterline nel 2007 e 2009.


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