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GEOFINANZA/ Così la Merkel ci ha fatto perdere la "guerra" con gli Usa

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Il fronte europeo resiste compatto per pochi mesi soltanto. A fine luglio Deutsche Bank vende titoli di Stato italiani per 7 miliardi di euro. Commerzbank, Société Générale, Hsbc e Bnp Paribas seguono a ruota, riducendo nel terzo trimestre 2011 l’esposizione sul Bel Paese per un importo che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro. L’effetto domino è ormai avviato e le conseguenze politiche non tarderanno ad arrivare. Ma nella girandola di annunci, un avvenimento merita di essere approfondito.

A settembre 2011 si vocifera di un potenziale intervento cinese a supporto di Bot e Btp. L’operazione rientrerebbe nel quadro di una più ampia strategia di investimenti che il Dragone dovrebbe intraprendere nel Vecchio Continente. Ma Pechino ha ben altri problemi a cui pensare. La campagna per investire le enormi riserve monetarie non è tutta rose e fiori. Nella prima puntata abbiamo trattato degli interessi cinesi in Africa e, tra essi, dei miliardi di dollari investiti in energia e infrastrutture. Nel caso delle ferrovie nigeriane, un progetto di ingegneria civile per circa 7 miliardi di dollari, le perdite sull’investimento ammontano al 90% del valore iniziale (dati Bloomberg) e sono dovute a una diminuzione dei proventi petroliferi con i quali il governo nigeriano contava di pagare i lavori. Più in generale, secondo dati Heritage Foundation, a oggi 70 progetti cinesi da almeno 100 milioni di dollari hanno subito perdite parziali o totali, per un corrispettivo totale di circa 165 miliardi di dollari.

Il governo statunitense non è solo spettatore della debacle. Washington, infatti, blocca diverse operazioni sul suolo americano (pari a 20 miliardi di dollari), ponendo il veto politico su una serie di obiettivi ritenuti di interesse strategico nazionale (alta tecnologia, energia e porti). Pechino reagisce minacciando di sbarazzarsi dei titoli americani e, quando gli Usa perdono la tripla A, intima al debitore un taglio al deficit, spese militari in primis (agenzia Xinhua, agosto 2011). Gli Stati Uniti rispondono con l’annuncio di una maggior presenza militare nel Pacifico e a novembre cominciano le manovre in collaborazione con la marina australiana.

Negli stessi mesi del 2011 scoppia il caso Sino-Forest, un sedicente colosso cinese del legname sui cui conti analisti, revisori e organi di vigilanza avanzano più di un sospetto. La società è quotata a Toronto e nel corso dell’estate il titolo perde l’80% in poche sedute. A rimetterci è, tra gli altri, il già citato Paulson Investment che vende la propria quota in Sino-Forest con una perdita netta di 720 milioni di dollari (Bloomberg).

Il caso in sé non è eclatante, ma porta una volta di più i riflettori dei media sulle molte contraddizioni del sistema economico cinese. Nelle settimane che seguono molti report si soffermano su una serie di problemi sempre più pressanti: l’inflazione incalzante, l’export in discesa, i danni ambientali, la bolla immobiliare, le crescenti rivolte nelle campagne e i primi scioperi nelle fabbriche. E sempre nel 2011 Reuters annuncia un buco di 500 miliardi di dollari nei conti degli enti locali cinesi, a cui si aggiungono forti timori sulla tenuta del sistema bancario. A fine 2011 arriva l’annuncio. Sebbene gli organi di regime parlino di un rallentamento nella crescita, così da renderla più sostenibile, la Cina e il suo modello di sviluppo sono in crisi.


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COMMENTI
19/01/2012 - Chiamare le cose per nome (Gianluca Lapini)

Ringrazio il misterioso Mr. Livermore per questa serie di articoli con cui ci ha ricordato che la presente crisi viene da lontano. Non sono in grado di entrare nel merito sulla correttezza di molte delle sue interpretazioni, ma sul fatto che quanto sta succedendo sia la manifestazione di una "guerra" finanziaria (toglierei anzi le virgolette) in corso fra le potenze mondiali mi sembra che ci sia poco da discutere. In altri tempi per molto meno una guerra vera sarebbe già scoppiata. Così come il sistematico tartassamento dei popoli avrebbe fatto scoppiare qualche rivoluzione. Speriamo che la gente continui ad avere pazienza.

 
19/01/2012 - Three currencies war (Giuseppe Crippa)

Un grazie a JC Livermore per l'esauriente analisi e soprattutto per la definizione di “Guerra delle tre monete” cui auguro tanta fortuna (tra gli storici dell'economia ed a guerra finita, ovviamente)