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EVASIONE FISCALE/ L’esperto: tra redditometro e scontrini, ecco come battere i "furbetti" delle tasse

Pubblicazione:lunedì 2 gennaio 2012

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Il 2012 promette di estirpare un malcostume per il quale siamo tipicamente e tristemente noti: l’evasione fiscale. Un tesoro che ammonterebbe a una cifra compresa tra i 100 e i 130 miliardi di euro. E che il governo e l’Agenzia delle entrate sono fiduciosi di poter, almeno in buona parte, riuscire a recuperare. Grazie alle norme e ai sofisticati strumenti tecnici introdotti nelle ultime manovre finanziarie. Paolo Costanzo, commercialista dell’omonimo studio di consulenza aziendale, raggiunto da ilSussidiario.net si mostra meno ottimista. «L’evasione si potrebbe combattere, anzitutto, attraverso la messa in rete tra di loro di tutte le agenzie del pubblico registro, per valutare la congruità dei beni dichiarati con quelli posseduti e con il proprio reddito; questo potrebbe, eventualmente,  consentire di dar vita a indagini per capire come possano esser stati acquisiti beni che richiedono una certa capacità di reddito». Il redditometro di cui si parla in questi giorni avrebbe uno scopo simile. Ma il problema, è alla radice: «Oggi, la volontà di dar vita a un’ attività di accertamento maggiore si scontra con le capacità effettive degli enti accertatori. Benché nell’ambito dell’amministrazione finanziaria vi siano moltissime persone professionalmente valide, è esperienza comune essersi imbattuti, almeno una volta, in accertatori inidonei al compito che devono svolgere».

La situazione ha una motivazione ben precisa: «Si è determinata a causa dell’assenza di meritocrazia e per l’egualitarismo prevalso». È sufficiente, in effetti, leggere le cifre relative ai contenziosi per capire che non tutto funziona al meglio. «Secondo  i dati ufficiali, il 50 per cento dei ricorsi dei cittadini contro l’amministrazione finanziaria è vinto dai primi. Vuol dire che la metà delle volte il fisco sbaglia bersaglio». Altre volte, gli errori si consumano in circostanze meno chiare. È il caso della tedesca Bosch. «L’Agenzia delle entrate avrebbe accertato un’evasione di 1 miliardo e 400milioni. Ma si sono accordati per 300 milioni. I casi sono due: o l’Agenzia ha sbagliato clamorosamente i calcoli e si è trovata costretta a rivederli, o qualcosa non torna. Se effettivamente fosse quella cifra la cifra evasa, avrebbe dovuto pretendere il pagamento di quanto dovuto per intero». Un’altra grana per il fisco è rappresentato dalle mancate emissioni degli scontrini. 


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