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FINANZA/ Bertone: da Washington una "trappola" per l’Italia

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Christine Lagarde, Direttore del Fmi (Foto Imagoeconomica)  Christine Lagarde, Direttore del Fmi (Foto Imagoeconomica)

Diversi Stati europei, a partire dall’Italia, hanno imboccato la strada giusta con grande decisione. Anche i più scettici, a partire dalle agenzie di rating, cominciano a sospettare che Roma abbia i mezzi e la determinazione necessaria per far fronte al rinnovo dei suoi titoli per tutto il 2012. Le banche, intanto, hanno fatto provvista di liquidità presso la Bce: 50 miliardi di euro all’1% che serviranno da cuscinetto per i rinnovi delle obbligazioni nel 2012. Da questo punto di vista, l’ottimismo è giustificato. Ma sarebbe del tutto prematuro abbassare la guardia.

L’Europa resta a un passo dal baratro, situazione a cui si è giunti con rara miopia politica e finanziaria. Nel 2009, per spegnere l’incendio greco ai suoi inizi, sarebbero bastati 100 miliardi di euro. Con una cifra del genere si poteva riportare il debito di Atene al 100% del Pil con il risultato di convincere anche il più incallito degli speculatori che l’Ue era in grado di far quadrato a difesa dell’euro. Una volta garantita la pace valutaria, ci sarebbe stato modo per punire Atene dei suoi gravi peccati finanziari. Al contrario, è passata la linea di non consentire il “moral hazard”, ovvero non anticipare un solo euro alla cicala greca, dimenticando il precedente di Lehman Brothers: a mano a mano che si è fatta strada la convinzione che l’Europa avrebbe consentito il default di titoli emessi in euro da Atene, è cresciuto lo scetticismo verso tutta l’eurozona, a partire dall’Italia.

Un errore? Non proprio. Due anni di vertici inconcludenti e di tempeste finanziarie hanno consentito alla Germania di imporre la sua lex all’intera eurozona. Il che non è affatto un male, visto che la disciplina di bilancio è una virtù a tutte le latitudini. Ma oggi si è al bivio: o Berlino legittima la sua leadership politica lanciando un chiaro segnale ai mercati, oppure il castello di carte rischia di franare. Non è questione di cifre bensì di determinazione politica. Nel momento in cui la speculazione prenderà atto che l’Ue è pronta a mettere in campo risorse “illimitate” a difesa dei Btp o dei Bonos, gli attacchi cesseranno di colpo. Altrimenti continuerà un balletto suicida.

È in questa cornice che si capisce perché l’Italia non può accettare oggi un prestito da parte del Fmi. Se si scegliesse questa strada, infatti, la speculazione prenderebbe atto che l’Italia è sola o che, in ogni caso, i partner europei non si assumono la responsabilità di fronte ai propri cittadini di affrontare una politica europea, preferendo agire di conserva con asiatici, brasiliani o americani. A quel punto, si moltiplicherebbero gli attacchi all’euro, moneta senza anima comune. Con un focus particolare sull’Italia, che non ha le armi per difendersi da sola.

Per questo i prossimi venti giorni, scanditi da appuntamenti europei, dalla riunione del Fondo e dal G20 saranno decisivi per capire se è il caso di nutrire l’ottimismo della volontà. Ovvero se frau Merkel capirà che i generali fortunati hanno la saggezza di fermarsi in tempo.



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