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LIBERALIZZAZIONI/ Sapelli: vi spiego i tre errori del Prof. Monti

Oltre ai discutibili dati sugli effetti delle liberalizzazioni sul Pil, GIULIO SAPELLI ci spiega quali sono gli errori che il Governo ha commesso nel realizzare il decreto

Mario Monti (Foto Imagoeconomica) Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

Sono tempi in cui occorre mantenere il sangue freddo. Mi riferisco ai dati mirabolanti che con gran clangor di buccine appaiono sui quotidiani e in tivù: le liberalizzazioni del governo Monti produrrebbero una crescita del Pil di circa il 10% e via discorrendo con altre stupefacenti cifre. Da vecchio studioso dell’America Latina ricordo che solo sotto il governo del generalissimo Peròn si usavano strombazzare dati statistici così avventati. Eppure c’è una gran differenza tra Monti e Peròn. Forse la situazione economica e sociale argentina presenta delle complementarietà, ma sicuramente i due uomini incarnano stili e culture opposte.

Che cosa è successo? È successo che la matematica, anzi le equazioni e le derivate si sono trasformate in superfetazioni ideologiche. Ossia, gli economisti e la gente comune cosiddetta medio-colta credono veramente che ciò sia possibile. Tutto ha dell’incredibile. Questo rende molto difficile una discussione razionale, come quella, per esempio, che l’Istituto Bruno Leoni ha iniziato a fare con somma precisione, anche se talvolta qualcosa concedendo al fumus ideologico.

Il problema è quello del rapporto tra codeste liberalizzazioni, su cui non ritorno, e la crescita economica, e su questo rapporto invece qualcosa mi pare necessario dire. Credo che la storia economica mondiale e le teorie della crescita più avvedute (e per me sono quelle realistiche, ossia anti-neoclassiche) ci confortano nella credenza che il rapporto tra liberalizzazione e crescita economica si differenzia per i seguenti motivi.

Il primo è quello delle fasi storiche in cui si trova una nazione o un’area geografica. È rarissimo che il processo di liberalizzazione contraddistingua le prime fasi dell’industrializzazione, così come le prime fasi della creazione delle società neo-industriali o dei servizi avanzati. In questa fase generalmente prevalgono dualismi e varietà nelle forme proprietarie a seconda delle dimensioni di scala. In quelle ampie prevale l’oligopolio. In quelle piccole prevale la molteplicità degli operatori e una sviluppata concorrenza.

La seconda variabile è quella dei settori in cui si esercitano le liberalizzazioni. Nel caso dei monopoli naturali che si uniscono a monopoli tecnici, spezzare i monopoli tecnici non induce un aumento della crescita, ma generalmente un aumento dei costi di distribuzione dei beni. È il caso del gas, per esempio. Nel caso, invece, di non presenza di monopoli naturali ma di monopoli tecnici, l’abolizione di questi ultimi può indurre a dei risultati positivi, tanto dei costi di distribuzione che di produzione. Nel caso dei servizi alla persona forniti da ordini castali che non incorporano regole per la qualità dei servizi, la liberalizzazione e l’abolizione di tali ordini è positiva e va incoraggiata. Nel caso invece di associazioni che incorporano nel loro monopolio regole e qualità del servizio le forme di liberalizzazione possono abbassare la qualità del servizio stesso con gravi danni per il consumatore stesso. Penso, per esempio, alle società di certificazione dei servizi di qualità e di sicurezza che sono nate dai registri navali: in tutto il mondo son divenute fondazioni o trust anglosassoni, pena la perdita dell’indipendenza.