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FINANZA/ 1. Il "vortice" che fa a pezzi i piani di Merkel e co.

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Certo, il fatto che Standard&Poor’s abbia declassato i titoli portoghesi a spazzatura ovviamente ha innescato le vendite automatiche da parte dei fondi in ossequio ai vincoli di mandato sul portafoglio (ma quanti fondi avevano ancora quei titoli in portafoglio, secondo voi?), ma i timori sono forti anche riguardo la sostenibilità di una manovra fatta di austerità fiscale che potrebbe rivelarsi autolesionista, esattamente come accaduto per Atene. Jurgen Michels, analista per l’Europa di Citigroup, ritiene che l’economia lusitana si contrarrà del 5,8% quest’anno e del 3,7% nel 2013, un calo ben più netto di quello delle previsioni ufficiali. Inoltre, nonostante la ratio debito/Pil del 113% sia più bassa di quella greca, il settore privato sconta un carico di debito spaventoso che porta la ratio totale sul Pil al 360%, la maggior parte del quale debito estero.

Ed ecco il punto. Per Michels, «siamo alle soglie di un grosso deleveraging del settore privato e il sistema bancario portoghese ha già grossi problemi. Non è chiaro, al momento, quanto di quel debito privato finirà per bussare alle porte dello Stato. A mio avviso, senza un taglio sostanziale sullo stock di debito, il Portogallo non sarà in grado di muoversi verso un patto fiscale valido. Parliamo di un haircut del 35% entro la fine del 2012 o l’inizio del 2013». E se il Tesoro di Lisbona ha pagamenti sul debito relativamente bassi quest’anno, solo 17 miliardi di euro e gode dell’ombrello della troika, il problema è la minaccia del combinato debito/deflazione. I costi per gli interessi delle aziende portoghesi sono tremendamente alti e il carico di debito sta salendo in un ambiente di contrazione economica della base. I depositi reali di massa monetaria M1 si sono contratti a un tasso annuale del 20% nella sola seconda metà dello scorso anno.

Che fare, quindi? Visto che essendo all’interno dell’eurozona non può svalutare, il Portogallo punta a una svalutazione interna per recuperare il 30% di competitività persa nei confronti della Germania, un processo che però che rischia di mangiare enormi percentuali di introiti fiscali. D’altronde, i leader europei hanno detto chiaramente che il caso greco è un unicum e che non ci saranno assolutamente haircuts forzati per i detentori di bonds lusitani: già, ma se Lisbona finisce nella spirale ateniese, la strada dell’haircut volontario, così come accade per la Grecia, non potrà essere derubricata alla categoria dell’impossibile. Anzi. Non a caso, Spagna e Portogallo vogliono che il Consiglio europeo della prossima settimana adotti misure che li mettano al riparo dal contagio della crisi del debito greco.

E per affermarlo con più forza, il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy e il premier portoghese, Pedro Passos Coelho, hanno tenuto martedì una conferenza stampa congiunta: «Abbiamo bisogno di una decisione rapida sul prossimo salvataggio della Grecia. L’Europa sta attraversando una fase di rischio sistemico, occorre definire un meccanismo che eviti il contagio dalla crisi greca». Di più, smentendo di fatto la linea governativa del suo Paese, ieri il leader degli industriali portoghesi, Antonio Saraiva, ha sostenuto che Lisbona ha bisogno di altri 30 miliardi di euro di aiuti internazionali, oltre ai 78 miliardi di euro già previsti dal salvataggio di Ue e Fmi. «Abbiamo una crisi di liquidità - dice Saraiva - e ci servono altri 30 miliardi di euro. Dobbiamo negoziarli».


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