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FINANZA/ 2. Le verità "nascoste" sul debito pubblico

Il governo sta mettendo a punto un piano per abbattere il debito pubblico. JAMES CHARLES LIVERMORE ci spiega qualcosa di più su questo indicatore economico

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Una volta tanto, gli organi d’informazione hanno aperto la settimana con una buona notizia: il governo italiano ha un piano per ridurre il debito pubblico. L’annuncio, divulgato con un’enfasi che si addice a politici smaliziati più che a un sobrio team di tecnici, è arrivato dalle colonne de Il Corriere della Sera ed è subito rimbalzato ai quattro angoli della rete. In attesa dei dettagli ufficiali e dei probabili colpi di scure, un breve viaggio intorno al debito pubblico può aiutarci a mettere in prospettiva alcuni aspetti meno conosciuti.

Cominciamo dalle cifre. Con un debito pubblico stimato a fine 2011 sui 1905 miliardi di euro, l’Italia ha un rapporto debito pubblico/Pil pari a circa il 118%. Tra le economie sviluppate, non è un numero così anomalo: come mostra il grafico qui sotto, gli unici paesi con un indice inferiore al 90% sono Germania e Spagna. Il primo è a quota 87% e, a fronte di un Pil relativamente “stabile”, il suo debito pubblico non accenna a fermarsi (+30% negli ultimi tre anni); il secondo Paese, la Spagna, si trovava al 36% solo cinque anni fa e di questo passo l’ingresso nel club del 90% arriverà in tempi brevi.

Una precisazione tecnica: le fonti di questi e dei prossimi dati sono l’Ocse e Bloomberg per quanto riguarda i paesi esteri, mentre per le statistiche nazionali le agenzie qui sopra sono integrate dai rapporti Istat. L’impostazione dell’analisi che segue si basa principalmente sul lavoro di J. Gokhal, “Measuring the unfunded obligations of European Countries”, pubblicato nel 2009 e citato ultimamente a più riprese, dal Comitato di Basilea come dal Financial Times.

L’analisi di Gokhal parte dal Pil e dal debito pubblico e cala la sostenibilità di questi due fattori in una prospettiva temporale, approccio che, oltre a essere logico, entra nel merito delle critiche rivolte ai governi occidentali da più parti, agenzie di rating in primis. Gokhal fa un passo in più: prende i costi futuri dei programmi di spesa attuali e li sottrae agli introiti attesi dalla pressione fiscale. Essendo la spesa pubblica superiore agli introiti, la differenza tra i due è negativa ed è un passivo privo di copertura finanziaria.

Qui arriva la seconda colonna del grafico: il rapporto tra questo passivo “scoperto” e Pil riserva qualche sorpresa. L’Italia è, ad esempio, il secondo Paese più virtuoso dopo la Spagna, mentre ai livelli attuali di crescita Grecia, Francia e Stati Uniti vivono molto al di sopra delle proprie possibilità.