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FINANZA/ 1. Bertone: ecco l'illusione globale che allunga la crisi

Pubblicazione:venerdì 27 gennaio 2012

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Insomma, la colpa è del mercato, che è padrone. O forse no. Il Financial Times ha appena calcolato che se il rapporto tra salari e capitale in America fosse rimasto lo stesso dell’inizio anni Cinquanta, ogni lavoratore guadagnerebbe 5 mila dollari in più l’anno che, in totale, fanno la bellezza di 740 miliardi. Ecco, in cifre, l’impoverimento della classe media che, in condizioni diverse (ma non troppo), riguarda anche le società europee. Le cause? Senz’altro ha il suo peso la concorrenza tra paesi con condizioni economiche diverse che porta le aziende a favorire quelli meno costosi. Così come la tecnologia che ha ridotto il potere contrattuale della forza lavoro. Pesa anche l’indebolimento del sindacato. Ma questi fattori, presenti ormai da almeno 15 anni, argomenta il Ft, non spiegano perché il fenomeno di polarizzazione della ricchezza, che minaccia da vicino gli equilibri del mondo che fu ricco, si è manifestato con tanta virulenza negli ultimi 5-6 anni.

Certo, dal 2007 il mondo è in crisi. Ma una crisi diversa da quelle che l’hanno preceduta. Le recessioni del Secondo dopoguerra hanno pesato sui profitti delle imprese, mentre, in vista della ripresa, le aziende hanno investito, a scapito dei dividendi, e difeso la manodopera più qualificata. Stavolta, invece, la crisi dell’economia e dell’occupazione, oltre che dei consumi, coincide con profitti record delle società multinazionali, testimoniate dai 100 miliardi di dollari nelle casse di Apple, più del conto corrente del ministero del Tesoro Usa, una cifra sufficiente a salvare la Grecia dal default. Le corporations, in Usa come in Europa, sono più ricche in società più povere, grazie all’uso del dumping sociale e fiscale e a un sistema di valori (e di remunerazione) che privilegia il manager rispetto agli altri stakeholders, azionisti compresi.

Il genio del capitalismo è uscito dalla bottiglia, affermano osservatori insospettabili che hanno animato il convegno milanese dell’Aiaf, l’Associazione italiana degli analisti finanziari, dal titolo “Finanza: la serva padrona?”. Basti pensare a quel che succede nelle Borse del pianeta: ormai tre quarti degli scambi sono frutto di Hft, operazioni in nanosecondi attraverso programmi automatici che consentono di far soldi, senza rischio, senza tenere in minimo conto il valore intrinseco del titolo.

Si spiega così perché, ad esempio, il 90% abbondante degli scambi in Piazza Affari si concentri sul paniere dei quaranta titoli più liquidi lasciando le briciole agli altri 180. O, soprattutto, facendo così venir meno il ruolo del mercato azionario come canale di finanziamento per le imprese . Di questo passo la Borsa assomiglia sempre di più a un raffinato casinò governato da 15 grandi traders che operano tra Wall Street e Londra. Nello stesso modo si può capire perché cinque operatori (sì proprio cinque) controllino il mercato dei famigerati cds su cui si calcola il rischio Paese. Il risultato? Le sorti del debito italiano sono in mano a gente che ha fatto il pieno di cds per proteggersi dal default del Bel Paese senza nemmeno possedere un Btp. Ma se io stipulo cinque assicurazioni sulla casa, ho senz’altro convenienza a dare fuoco alla cucina...


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