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LIBERALIZZAZIONI/ I numeri che bocciano il mancato "divorzio" dei treni

Pubblicazione:sabato 28 gennaio 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 28 gennaio 2012, 18.18

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

E proprio sulla dinamica dei costi è interessante analizzare i dati dei diversi operatori della rete. Una variabile è molto interessante e indica chiaramente se la separazione ha portato a un aumento dei costi nella gestione della rete ferroviaria o meno: il costo operativo del gestore per treno chilometro espresso in euro. Vengono ora considerati tre paesi. L’Italia, dove non esiste una separazione reale, la Svezia e la Gran Bretagna, dove si è arrivati alla separazione quasi un ventennio fa. Il costo per treno chilometro in Italia è di 9 euro, un livello molto elevato se confrontato con gli altri due paesi benchmark. In Gran Bretagna infatti i costi operativi sono del 29% inferiori, mentre in Svezia la riduzione rispetto all’Italia è del 42%. Quasi la metà, un’enormità nel panorama ferroviario.

La mancata separazione porta dunque a un extra-costo molto rilevante per l’Italia e non si comprende bene da dove arrivino dunque i risparmi prospettati da Moretti. Se l’Italia avesse una gestione efficiente come quella svedese, ogni anno Rete ferroviaria italiana avrebbe dei costi operativi inferiori a quelli attuali per 1,2 miliardi. Questa cifra, casualmente, è quasi pari al totale dei contributi pubblici che ottiene dallo Stato Rfi. Si può dunque affermare che con una gestione separata della rete dall’operatore ferroviario, lo Stato potrebbe evitare di dare fondi a Rfi.

Un risultato sorprendente, ma fino a un certo punto, che rende però evidenti i vantaggi della liberalizzazione e in particolare i vantaggi di una reale separazione tra gestore della rete e principale operatore ferroviario.



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