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GEOFINANZA/ Ping pong Ue-Usa: l’euro è salvo, ma…

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2) Il summit di Bruxelles si annuncia rilevante per la credibilità concreta della “dottrina Merkel”, secondo la quale la tenuta dell’euro e la salute dell’economia europea necessitano anzitutto di austerità fiscale e di ricostruzione della competitività delle singole aziende-Paese attraverso riforme strutturali. È una linea corretta?

 

GC - La “dottrina Merkel” è accusata di ideologismo da chi (in prevalenza sui mercati e negli Stati Uniti) ritiene che la recessione seguita alla crisi finanziaria possa essere utilmente superata riutilizzando la leva monetaria, sia sul versante interno (rilancio della domanda), sia su quello degli scambi commerciali (svalutazioni competitive). Il cancelliere Merkel - certamente interpretando un “a priori” profondo nella cultura politico-economica tedesca - ripropone invece due idee: a) la moneta (in particolare, la nuova moneta unica europea) e il credito sono beni collettivi troppo importanti per essere lasciati al “gioco” dei mercati, che hanno già parecchio “privatizzato” valute e circuiti finanziari; b) l’economia “del debito” (pubblico e privato) dev’essere ridimensionata e in Europa deve ripartire dall’investimento di capitali “reali” in produzione di reddito “reale”, guardando anche alla maggior pressione industriale delle economie emerse: non può accelerare mobilitando risorse “virtuali” per via esclusivamente monetaria. L’argomento in realtà è articolato: la “dottrina Merkel” potrebbe non funzionare non perché infondata in sé, ma perché si ritrova in minoranza. La stessa Bce di Mario Draghi (probabilmente con una tacita indifferenza da parte di Berlino) si sta concedendo atteggiamenti da “poliziotto buono” che la cancelliera non può o non vuole concedersi. Se - come tutti ci auguriamo - l’economia europea riacquisterà salute e dinamismo non sarà facile attribuire i meriti. O neppure le responsabilità, se per caso la fase negativa dovesse prolungarsi.

 

ML - Le riforme strutturali e maggiore attenzione alla disciplina fiscale sono elementi necessari e ignorarli costituirebbe un grande errore, come hanno dimostrato gli eventi degli ultimi anni. In molti sostengono che la crisi del debito attuale sia una conseguenza indiretta della precedente crisi finanziaria che ha costretto i governi di molti paesi a intervenire e offrire supporto al sistema bancario trasformando la crisi finanziaria in una crisi fiscale. Per quanto la situazione sia differente da Paese a Paese anche nell’area euro, si può senz’altro dire che la posizione fiscale di molti paesi europei li ha resi più vulnerabili, specialmente in un periodo caratterizzato da grande nervosismo, bassa propensione al rischio e molta miopia da parte dei mercati. Da questo punto di vista si capisce come il tema della crescita economica abbia giustamente guadagnato attenzione e sia diventato uno dei principali temi di discussione per ridurre il peso fiscale. Allo stesso tempo penso che sarebbe interessante introdurre altri elementi nella discussione e nella valutazione dello stato di salute di un Paese, ad esempio debito del settore privato e il livello di risparmio delle famiglie. 


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