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FINANZA/ 2. Il "patto" italiano che sfida la Merkel

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Angela Merkel (Infophoto)  Angela Merkel (Infophoto)

Le modifiche proposte dalla diplomazia economica e finanziaria sono chiosate in rosso con commenti al margine in neretto su fondo azzurro o amaranto (i due colori distinguono l’importanza delle osservazioni) delle 12 pagine della “bozza di accordo” iniziale del 17 dicembre. Il punto centrale è l’articolo 4 della “bozza” di “accordo”. Nella versione presentata a metà dicembre alle “Parti Contraenti” prevedeva che quando il rapporto tra stock di debito pubblico e Pil superasse il 60% sarebbe stato ridotto a un “saggio medio di un ventesimo per anno”. Ciò avrebbe implicato per l’Italia una manovra di 35-40 miliardi di euro l’anno a prezzi costanti per circa vent’anni. Anche altre “Parti Contraenti” coinvolte nel negoziato sarebbero state in serie difficoltà: la convergenza di manovre restrittive avrebbe avvitato l’eurozona su se stessa.

Alcuni hanno minimizzato la gravità dell’impegno, sostenendo che un obbligo analogo era già in vigore. In effetti, lo è, ma in base a un regolamento (nel lessico comunitario, il No. 1497/67 emendato con il regolamento 1177/2011) che, da un lato, si riferisce all’eurozona e non a tutti i 26, da un altro, non prevede sanzioni (previste, invece, nella bozza di “accordo”), da un altro ancora contempla un gamma di eccezioni (ciclo economico sfavorevole, calamità naturali e altre determinanti pertinenti) e, infine, ha giuridicamente una forza inferiore a quella di un “accordo” (un trattato internazionale vero e proprio una volta ratificato). La proposta italiana non consiste nel depennare l’articolo 4 della bozza (considerato dalla Germania come l’architrave dell’accordo), ma di ampliarlo richiamando proprio il regolamento No. 1177/2011 con le sue “clausole di salvaguardia” (ossia eccezioni).

Non solo ma, nel testo emendato dall’Italia, l’articolo 1 sulla disciplina di bilancio prevede che le politiche di rigore “lascino spazio di manovra per tenere conto delle esigenze di investimenti pubblici”. Inoltre, la valutazione dei bilanci di previsione delle “Parti Contraenti”, da parte della Commissione europea, dovrà essere “equilibrata” e tenere conto “di tutti gli elementi pertinenti”, una frase - si nota correttamente a Bruxelles - che lascia aperta la possibilità di politiche sì severe ma tali da salvaguardare strategie di “sviluppo inclusivo” che guardino con particolare attenzione alle fasce deboli. Inoltre, secondo un altro punto dell’emendamento italiano, le procedure per l’esame e valutazione dei bilanci di previsione delle “Parti Contraenti” da parte della Commissione vengono integrate con quelle del “semestre europeo” non solo per evitare duplicazioni, ma anche per porre l’istituzione con sede a Bruxelles nel proprio ruolo “tecnico”, e non politico, come precisano proposte dell’Italia per riscrivere l’articolo 8 della “bozza”.


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