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FINANZA/ Ue-Usa, l’inizio di una guerra a colpi di crac

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Nel primo trimestre 2007 l’indice S&P/Case-Shiller (indice che segue il prezzo delle case negli Stati Uniti) chiude in negativo per la prima volta dal 1991. A fine 2007 i fondi pagheranno a Paulson Investment la bellezza di 5 miliardi di dollari. Fuori dagli uffici di Paulson, però, non sono in molti a festeggiare. Dal 2007 a oggi, secondo dati Bloomberg, le perdite legate alla crisi ammontano a oltre 2000 miliardi di dollari e sono in larga parte registrate negli Usa.

Le conseguenze non tardano ad arrivare. Nei diciotto mesi che seguono la nomina di Bernanke il dollaro perde quasi il 25% sull’euro, riducendo quindi di un quarto il valore delle riserve monetarie cinesi. Pechino decide per un cambiamento di strategia: dal debito il dragone passa a investire pesantemente sul mercato azionario. E, soprattutto, comincia a mostrare un certo interesse per valute alternative, in primis euro e sterlina. Nel 2007 il governo di Pechino crea un fondo per gestire attivamente le proprie riserve valutarie. Già a maggio dello stesso anno, China Investment Corporation (Cic) investe tre miliardi di dollari nel fondo Blackstone (un nome che ritornerà in questa storia) per poi puntare con decisione verso le materie prime: AngloGold Ashanti, Kinross Gold, la canadese Teck Resources e la brasiliana Vale, entrambe attive nel settore minerario, e ancora Andarko Petroleum, Valero Energy e Chesapeake Energy. A fine campagna, nel 2009, Cic avrà un portafoglio azionario di quasi 10 miliardi di dollari solo negli Usa, ai quali si devono aggiungere esposizioni (non pubblicate) in Europa e Regno Unito.

Dalle parti di Bruxelles la crisi a cavallo tra 2007 e 2008 è un colpo di fortuna inatteso: le perdite finanziare in Europa si limitano a “solo” 700 miliardi di euro, a fronte dei quali gli istituti di credito Ue riescono a raccogliere capitali freschi per importi simili (619 miliardi di euro secondo Bloomberg). Tra i più grandi sottoscrittori ci sono stati nazionali e fondi sovrani, mentre tra gli emittenti figurano i principali nomi della finanza europea: Royal Bank of Scotland, Hsbc, Barclays, Santander, Ubs, Unicredit e Bnp Paribas.

 

La tenuta del sistema finanziario spinge la Bce alla rottura con la Fed. Quando nel 2007 Bernanke lima il costo del denaro, l’Eurotower mantiene i tassi invariati. Mentre la scelta americana è giustificata da scenari finanziari catastrofici, la linea del rigore dettata a Francoforte è ufficialmente dovuta a rischi inflazionistici. Sotto sotto, cova un’ambizione mai così concreta. In teoria l’euro può davvero diventare la prima moneta globale; di fatto, Bce e Fed cessano di gestire la crisi in sincronia.

Questo atto di hybris costerà caro all’Europa ma prima di raccontare quanto, la prossima puntata vedrà gli Stati Uniti alle prese con la caduta dei giganti. Due nomi su tutti: Aig e Lehman Brothers.

 

(3 - continua)

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