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Economia e Finanza

TOBIN TAX/ L’esperto: dalla nuova tassa nessun danno per i piccoli risparmiatori

L’imminente introduzione dell’imposta sulle transazioni finanziarie, afferma ROCCO CORIGLIANO, è volta a sancire come l’origine della crisi sia da imputare alla speculazione

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Quando ormai la questione sembrava archiviata, a sorpresa torna in auge. La Tobin tax, il prelievo sulle transazioni finanziarie, si farà. L’Ecofin (la riunione dei ministri delle Finanze dell’Ue) ha dato il via libera. Non all’unanimità, però, anzi. Ma quanto basta perché l’imposta possa diventare realtà (se il processo di scrittura dei regolamenti attuativi e della disciplina  sarà implementato in tempi rapidi) entro il 2013. Voluta fortemente da Francia e Germania, vi hanno aderito Belgio, Portogallo, Austria, Grecia, Estonia, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Italia. Ovviamente, la Gran Bretagna si è tirata fuori. Londra, dopo New York, è il secondo mercato borsistico mondiale, mentre gran parte dell’economia del Regno Unito si fonda sulle attività della City. Un problema, per il resto d’Europa, dato che l’esclusione dalla tassazione di Londra e degli altri paesi farà sì che il gettito previsto sia particolarmente inferiore alle aspettative. Si parla di 20 miliardi. Oltretutto, la decisione di tassare allo 0,1% le transazioni su azioni e obbligazioni e dello 0,01% quelle sui derivati fa nascere più di qualche perplessità. Rocco Corigliano, professore di Economia degli intermediari finanziari dell’Università di Bologna aiuta ilSussidiario.net a fare chiarezza. «Anzitutto, si tratta pur sempre di un gettito, tutto sommato, consistente. Tuttavia, al là dell’importo che sarà in grado di produrre, il valore dell’introduzione della tassa è prevalentemente di natura politica». Ecco perché: «Si intende riconoscere che l’intermediazione finanziaria, attività a fondamento del sistema finanziario, è responsabile della crisi o, in ogni caso, va considerata uno dei fattori che l’hanno scatenata. Mettere degli ostacoli alla speculazione fine a se stessa rappresenta un chiaro indirizzo volto a contenere la deriva». Tuttavia, sono tutt’altro che esclusi i rischi circa i possibili effetti distorsivi sul mercato. «Questo è noto fin da quando lo stesso Tobin propose l’imposta sulle transazioni internazionali. E’ evidente, infatti che, se non si fa in modo che la misura riguardi il numero più elevato possibile di paesi, di intermediari e di emettenti dei titoli che saranno oggetto di imposizione, si rischia di non ottenere alcun effetto positivo. Anzi: se la disciplina che regolerà la nuova imposizione non sarà studiata nei minimi dettagli, si produrranno ritorsioni competitive. In termini di arbitraggi e di trasferimento dei flussi in quei paesi in cui tali imposizioni non sono previste».

In ogni caso, si afferma che la nuova imposta non dovrebbe colpire i semplici cittadini. Eppure, l’aliquota sulle transazioni sui derivati ammonta a un decimo di quella su azioni e obbligazioni. Ora, considerando che, normalmente, anche molti piccoli risparmiatori dispongono di portafogli azionari o obbligazionari, vien da chiedersi se non ci sia il rischio di una sorta di patrimoniale europea mascherata.