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DIETRO LE QUINTE/ Le "lotte" su Milan e Mediaset tra sceicchi e magnati russi

Pubblicazione:martedì 16 ottobre 2012

Silvio Berlusconi e Adriano Galliani (Infophoto) Silvio Berlusconi e Adriano Galliani (Infophoto)

Insomma, nel breve Al Jazeera potrebbe essere un alleato perfetto per il Biscione: non ha alcun vincolo finanziario e potrebbe fornire alcuni stimoli a Mediaset Premium per rinnovare lo scontro con Sky Italia nel campo della pay-tv. Ma nel lungo periodo, l’arrivo di Al Jazeera per Equita rischia di essere un boomerang per la free-to-air (la trasmissione in chiaro) di Mediaset, perché un nuovo operatore molto forte entrerebbe nel mercato italiano: «La nostra stima sulla raccolta pubblicitaria del gruppo, -10,5% nel 2012, è troppo ottimistica visto lo scenario attuale con l’andamento negativo di luglio/agosto (-20%, ndr) che dovrebbe essere continuato nel mese di settembre/ottobre», avvertivano ancora Equita. Insomma, una guerra tutta finanziaria e legata al core business berlusconiano, ovvero la comunicazione, che poco ha a che fare con campi da calcio e palloni. Il problema è che attorno a tutta questa vicenda la puzza di bruciato si sente a miglia di distanza.

Ecco qualche appunto. La società di via Turati, già nel 2008, aveva affidato a due primarie banche europee come Societe Generale e Merrill Lynch il compito di condurre una due diligence per valutare il valore del club, fissato già all’epoca in non più di 6-700 milioni di dollari. Fin qui, quindi, nulla che cozzi con la possibile, reale volontà di Silvio Berlusconi di cedere, almeno in parte, la sua compagine calcistica.

Sono le cifre, però, a gettare un’ombra di “versione diplomatica” rispetto a quanto rilanciato da tutti i quotidiani. La scorsa primavera, infatti, la prestigiosa rivista economica Forbes ha pubblicato la sua indagine annuale sui club calcistici, incoronando leader ancora una volta il Manchester United e piazzando il Milan al sesto posto, prima delle italiane e unico club del Bel Paese tra le Top 50, con una valutazione di 989 milioni di dollari. Al di là delle veridicità di questa cifra, tutta da provare a mio avviso, per quanto riguardava l’ucraino Oleg Deripaska si parlava fino a ieri di un’offerta di 500 milioni di euro per il 30% della società, con l’opzione dopo un anno per salire di un altro 21% e raggiungere la quota di controllo. Ma facendo fede a quanto elaborato e scritto da Forbes - mai smentito dal club rossonero - 989 milioni di dollari equivalgono a 756 milioni di euro circa, quindi i 500 milioni di euro proposti dal magnate russo non sarebbero affatto per il 30% della società e nemmeno per il 51% eventuale dopo l’esercizio dell’opzione. Sempre che la matematica non sia un’opinione.

Insomma, la lotta interna alla famiglia Berlusconi rispetto al futuro del Milan, ma soprattutto di Mediaset, prosegue. Non è un mistero, infatti, che Barbara, nata dal matrimonio di Silvio Berlusconi con Veronica Lario, sia la più strenua oppositrice alla vendita del club, che vorrebbe anzi guidare affiancata da vecchie glorie rossonere come Paolo Maldini e Alessandro Costacurta, destinati a prendere il posto dei rottamandi Adriano Galliani e Ariedo Braida. Il problema è che, al di là della volontà di Barbara di seguire le orme dei fratellastri Pier Silvio e Marina, alla guida delle due corazzate del gruppo (Mediaset e Mondadori), e di costruirsi una posizione di successo e un futuro manageriale, ci sono i conti da fare con la crisi. E papà Silvio, questa volta, potrebbe davvero essere tentato dall’addio al Diavolo.


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COMMENTI
16/10/2012 - Grazie per la Sua risposta! (Giuseppe Crippa)

Caro Bottarelli, La ringrazio per l’interessante dissertazione sulla redditività delle società di calcio. Ribadisco però che, se Berlusconi avesse quotato in borsa il Milan, non soltanto avrebbe resi partecipi i tifosi di questo “bene” che idealmente già sentono loro, ma li avrebbe anche resi partecipi delle perdite e delle conseguenti onerose ricapitalizzazioni… insomma avrebbe unito l’utile al dilettevole. Personalmente, sono azionista a titolo simbolico della mia squadra del cuore, ma non investirei mai dei risparmi nel capitale di rischio di una società calcistica. Però sarei disponibile a prestare denaro alla mia squadra (e solo alla mia) se emettesse dei corporate bonds magari per acquistare un top player…

 
16/10/2012 - Milan da quotare in Borsa (Giuseppe Crippa)

A parte la triplice inesattezza dell’affermazione che il Milan è l’unico club italiano nei primi 50 elencati da Forbes (Juve al nono posto, Roma al diciassettesimo, Napoli al ventesimo) Bottarelli mette il suo pur esitante dito sulla piaga ipotizzando che le cicliche voci di cessione del Milan possano essere funzionali ad altre mire della proprietà riguardo a società quotate. Certo non potrebbe essere così, o sarebbe più difficile, se il Milan fosse un società quotata con una minoranza di azionisti tifosi: penserebbero loro ad esigere una gestione rispondente all’oggetto sociale ed il meno possibile influenzata da altre questioni. Se Berlusconi amasse veramente la democrazia e la gestione trasparente di un bene che idealmente è anche dei tifosi avrebbe già quotato il Milan da anni.

RISPOSTA:

Caro Crippa, controllerò l’inesattezza su Forbes e nel caso mi cospargerò il capo di cenere con i lettori, come ho sempre fatto dopo un errore. Per quanto riguarda il dito esitante, quando si è costretti a ragionare su rumors, professionalità vuole che si usi cautela, lei la chiami esitazione se vuole. Il suo di dito invece mi pare estremamente fermo nell’indicare cantonate. Berlusconi avrebbe dovuto quotare già da tempo il Milan in Borsa? Vada a vedersi i risultati di un’indagine di Bipiemme Gestione già del 2002, la quale dimostrava come le 30 società di calcio di sei paesi europei all’epoca quotate in Borsa - tra cui le italiane Juventus, Lazio e Roma -, con una capitalizzazione di oltre 1,7 miliardi di euro, si fossero rivelate in gran parte una delusione per gli investitori. L’unica squadra che, oltre ai tifosi, aveva fatto felici gli investitori è stata il Manchester United, il cui titolo in 10 anni ha avuto una performance del 735,7%, grazie, oltre ai successi sportivi, alla buona gestione del club dell’epoca, forte di un 2001 chiuso con un utile netto di 23,5 milioni di euro. Nel 2006, poi, il delisting e la crisi finanziaria fino alla recente quotazione a New York e il titolo già sotto il prezzo di collocamento. Insomma, le società calcistiche, tranne qualche rara eccezione, sono strutturalmente in perdita e hanno livelli di indebitamento elevati: il mix letale per qualsiasi azienda, uno stigma per i mercati azionari. Dopo la squadra guidata da Sir Alex Ferguson, il club che più ha reso nel decennio di quotazione preso in esame era la danese Brondy (+105,01% performance), mentre in terza si posizionava il Tottenham (+66,51%). Le delusioni iniziavano già al quarto posto, però, con la danese Sif Fodbold che registrava una performance negativa del 20%. Se si restringeva poi l’arco temporale agli ultimi 12 mesi a cavallo tra il 2001 e il 2002, a fronte di un business mondiale ingente che la Fifa stimava in 250 miliardi di euro (tra introiti per diritti tv, attività di sponsorizzazioni e merchandising) gli azionisti dei 30 club di calcio quotati hanno visto solo perdite, come mostrava l’indice DJ Stoxx Football - l’indice calcistico europeo creato nel 2002 dal New York Stoxx - che ha perso il 42% a fronte di una calo del 19% del DJ Euro Stoxx. Di più, il 3 luglio 2006 il DJ Stoxx Football era a 120,50, mentre il 1 luglio 2011 si attestava a 130,11, registrando quindi un modesto incremento del 8,3%, mentre l’indice globale Global Grand Prix che racchiude le squadre partecipanti al campionato di Formula 1 nello stesso periodo aveva registrato un aumento del 33,75%. Lei investirebbe in una squadra di calcio? Auguroni. Cordialmente. (Mauro Bottarelli)