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DIETRO LE QUINTE/ Le "lotte" su Milan e Mediaset tra sceicchi e magnati russi

Silvio Berlusconi e Adriano Galliani (Infophoto) Silvio Berlusconi e Adriano Galliani (Infophoto)

Nell’aprile del 2005, infatti, Silvio Berlusconi vendette una larga fetta di azioni Mediaset, quando il titolo era a una quotazione superiore a 10 euro per azione. Ma cosa hanno fatto i titoli Mediaset dal 2005 a oggi? Sono andati a toccare la loro quotazione minima a 1,144 euro in un infinito trend discendente, dove la maggior parte dei piccoli risparmiatori ha rimesso parte del proprio capitale. Nell’ottobre 2011, però, Silvio Berlusconi ha comprato azioni Mediaset (per un numero inferiore a quelle vendute) a poco più di 2 euro per azione. Potrebbe essere stata una mossa per invogliare i risparmiatori a investire nei titoli del gruppo, visti i ribassi infiniti, ma potrebbe anche essere la mossa contraria a quella avvenuta nell’aprile del 2005: che il crollo di Mediaset sia terminato? I titoli Mediaset sono alla svolta epocale? Qualcosa stava per succedere e invece non è successo, un anno fa?

Ieri, dopo il mini-rally di cui vi ho parlato, il titolo Mediaset viaggiava attorno agli 1,54 euro per azione, comunque sia sotto la soglie del prezzo di acquisto di un anno fa da parte del Cavaliere: che, dopo un anno, questa volta il grande passo sia all’orizzonte, sia essa la cessione del Milan o l’ingresso di Al Jazeera nel business della pay-tv del gruppo? Sul titolo Mediaset, gli analisti di IG Markets, vedono la prima resistenza passare per 1,63 euro per azione. Oltre la corsa, potrebbe proseguire verso i massimi di settembre in area a 1,87, livello dove potrebbero tornare a farsi sotto le vendite. Il supporto principale passa invece per 1,407, mentre ulteriori discese - al momento improbabili, secondo il primario gestore di cfd - vedono target verso 1,20 per azione.

Questa dinasty a metà tra pallone, tv e affari di famiglia è davvero a un punto di svolta? Oppure, come qualcuno comincia a far trapelare malignamente, le cicliche voci sulla cessione del Milan, amatissime dal mercato, sono solo il modo per utilizzare una società non quotata - ovvero il club di via Turati - per “pompare” una quotata, ovvero Mediaset, non incorrendo nei fari della Consob per eccesso di rumors e smentite (detto tra noi, visto i precedenti di Alitalia e As Roma, prima che l’autorità di controllo dei mercati si muova, si fa in tempo a scalare una società o “turbare” il mercato - ovviamente non è ciò che sta facendo Mediaset - non una ma dieci volte) e raggiungere il punto di resistenza, in vista magari di una svolta interna che, però, non abbia affatto il Milan come protagonista? Staremo a vedere.

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COMMENTI
16/10/2012 - Grazie per la Sua risposta! (Giuseppe Crippa)

Caro Bottarelli, La ringrazio per l’interessante dissertazione sulla redditività delle società di calcio. Ribadisco però che, se Berlusconi avesse quotato in borsa il Milan, non soltanto avrebbe resi partecipi i tifosi di questo “bene” che idealmente già sentono loro, ma li avrebbe anche resi partecipi delle perdite e delle conseguenti onerose ricapitalizzazioni… insomma avrebbe unito l’utile al dilettevole. Personalmente, sono azionista a titolo simbolico della mia squadra del cuore, ma non investirei mai dei risparmi nel capitale di rischio di una società calcistica. Però sarei disponibile a prestare denaro alla mia squadra (e solo alla mia) se emettesse dei corporate bonds magari per acquistare un top player…

 
16/10/2012 - Milan da quotare in Borsa (Giuseppe Crippa)

A parte la triplice inesattezza dell’affermazione che il Milan è l’unico club italiano nei primi 50 elencati da Forbes (Juve al nono posto, Roma al diciassettesimo, Napoli al ventesimo) Bottarelli mette il suo pur esitante dito sulla piaga ipotizzando che le cicliche voci di cessione del Milan possano essere funzionali ad altre mire della proprietà riguardo a società quotate. Certo non potrebbe essere così, o sarebbe più difficile, se il Milan fosse un società quotata con una minoranza di azionisti tifosi: penserebbero loro ad esigere una gestione rispondente all’oggetto sociale ed il meno possibile influenzata da altre questioni. Se Berlusconi amasse veramente la democrazia e la gestione trasparente di un bene che idealmente è anche dei tifosi avrebbe già quotato il Milan da anni.

RISPOSTA:

Caro Crippa, controllerò l’inesattezza su Forbes e nel caso mi cospargerò il capo di cenere con i lettori, come ho sempre fatto dopo un errore. Per quanto riguarda il dito esitante, quando si è costretti a ragionare su rumors, professionalità vuole che si usi cautela, lei la chiami esitazione se vuole. Il suo di dito invece mi pare estremamente fermo nell’indicare cantonate. Berlusconi avrebbe dovuto quotare già da tempo il Milan in Borsa? Vada a vedersi i risultati di un’indagine di Bipiemme Gestione già del 2002, la quale dimostrava come le 30 società di calcio di sei paesi europei all’epoca quotate in Borsa - tra cui le italiane Juventus, Lazio e Roma -, con una capitalizzazione di oltre 1,7 miliardi di euro, si fossero rivelate in gran parte una delusione per gli investitori. L’unica squadra che, oltre ai tifosi, aveva fatto felici gli investitori è stata il Manchester United, il cui titolo in 10 anni ha avuto una performance del 735,7%, grazie, oltre ai successi sportivi, alla buona gestione del club dell’epoca, forte di un 2001 chiuso con un utile netto di 23,5 milioni di euro. Nel 2006, poi, il delisting e la crisi finanziaria fino alla recente quotazione a New York e il titolo già sotto il prezzo di collocamento. Insomma, le società calcistiche, tranne qualche rara eccezione, sono strutturalmente in perdita e hanno livelli di indebitamento elevati: il mix letale per qualsiasi azienda, uno stigma per i mercati azionari. Dopo la squadra guidata da Sir Alex Ferguson, il club che più ha reso nel decennio di quotazione preso in esame era la danese Brondy (+105,01% performance), mentre in terza si posizionava il Tottenham (+66,51%). Le delusioni iniziavano già al quarto posto, però, con la danese Sif Fodbold che registrava una performance negativa del 20%. Se si restringeva poi l’arco temporale agli ultimi 12 mesi a cavallo tra il 2001 e il 2002, a fronte di un business mondiale ingente che la Fifa stimava in 250 miliardi di euro (tra introiti per diritti tv, attività di sponsorizzazioni e merchandising) gli azionisti dei 30 club di calcio quotati hanno visto solo perdite, come mostrava l’indice DJ Stoxx Football - l’indice calcistico europeo creato nel 2002 dal New York Stoxx - che ha perso il 42% a fronte di una calo del 19% del DJ Euro Stoxx. Di più, il 3 luglio 2006 il DJ Stoxx Football era a 120,50, mentre il 1 luglio 2011 si attestava a 130,11, registrando quindi un modesto incremento del 8,3%, mentre l’indice globale Global Grand Prix che racchiude le squadre partecipanti al campionato di Formula 1 nello stesso periodo aveva registrato un aumento del 33,75%. Lei investirebbe in una squadra di calcio? Auguroni. Cordialmente. (Mauro Bottarelli)