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FINANZA/ Le tre zavorre che mandano a fondo l’Italia

Pubblicazione:martedì 16 ottobre 2012

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Una strategia possibile consiste nel mirare sia al breve, sia al lungo periodo. Nel breve termine, prima delle prossime elezioni, occorre completare i provvedimenti iniziati per rendere il mercato interno dell’Italia più competitivo. Secondo le analisi di Mediobanca, l’anno scorso il margine operativo netto in percentuale del valore aggiunto (un buon indicatore di redditività) è stato del 43% nel settore dell’energia, del 33% nei servizi, del 17% nel manifatturiero. Ciò vuol dire che il manifatturiero (più esposto dell’energia e dei servizi alla concorrenza internazionale) riesce ancora a competere sul mercato mondiale, ma con margini molto ridotti rispetto ai quelli di settori protetti che estraggono cospicue rendite a spese di consumatori e degli altri comparti e incidono sulla fiscal devaluation. Le rendite vengono ripartite a seconda dei rapporti di forza tra imprese e tra quelli degli imprenditori e dei loro dipendenti: non per nulla settori protetti come i trasporti pubblici e gli elettrici sono i più forti (anche nella contrattazione: il salario medio di un elettrico si aggira sui 40.000 euro mentre quello di un lavoratore nel manifatturiero tocca i 22.000 euro).

Come portare a termine l'opera? Dato che i settori “forti” saranno tanto più agguerriti quanto più si avvicina la campagna elettorale, la strada immediata per un Governo tecnico consiste nel recepire nella legge annuale per il mercato e la concorrenza la settantina di misure indicate dall’Autorità per la concorrenza e il mercato per garantire la concorrenza e tutelare i consumatori. Molte di queste misure riguardano interessi specifici come gli organi professionali, la contendibilità delle banche popolari, gli sconti sui prezzi di copertina dei libri, le restrizioni ai prezzi dei carburanti. Il varo di un decreto legge, sostenuto da una buona campagna di informazione e comunicazione, fornirebbe indicazioni molto utili agli elettori per comprendere chi opera in favore di una maggiore o di una minore “efficienza adattiva” dell’Italia. Naturalmente, ciò andrebbe realizzato senza rallentare ma anzi accelerando l’attuazione (decreti applicativi, circolari) delle misure volte ad aumentare la concorrenza approvate dal Parlamento mesi or sono, ma ancora in gran misura non operative.

Per il lungo periodo, utili spunti si possono trarre da proposte presentate in questi mesi da varie fondazioni più o meno contigue a schieramenti politico-culturali. Un primo gruppo di proposte riguarda come ridurre il fardello del debito pubblico che, di per se stesso, frena di un punto percentuale la crescita economica dell’Italia (e spiega come l’aumento potenziale annuo del Pil sia passato dall’1,3% stimato verso il 2005 da Commissione europea, Bce, e Fmi allo 0,3% delle ultime stime Ocse). Anche se un lavoro molto recente del Fmi (incluso nell’ultima edizione del World Economic Outlook) mostra scetticismo nei confronti della solidità e durevolezza di misure straordinarie per ridurre il debito pubblico, un seminario al Cnel ha messo in confronto una dozzina di proposte che vanno dal “vendere, vendere, vendere” a prestiti forzosi, a strumenti finanziari per riscattare il debito in essere (diminuendo l’interesse medio ed allungando le scadenze).

Il secondo punto chiave riguarda la politica industrial-manufatturiera. È, e continuerà a essere, l’asse portante di un Paese privo di risorse naturale (e quindi trasformatore) e in cui i servizi sono composti o da mini-imprese marginali o da comparti protetti. Alcune analisi (ad esempio, quelle della fondazione Edison) suggeriscono che le piccole e medie imprese hanno dato prova, di fronte alla crisi, di un buon grado di “efficienza adattiva”. La fondazione Agenda pone l’accento sul miglioramento del contesto, dalla difesa del suolo ai servizi reali. Solo l’Arel pare affrontare, almeno in parte, il problema centrale: le dimensioni d’impresa; le nostre sono minute nel contesto europeo e ancor più in quello mondiale, non in grado quindi di fare altra innovazione che quella “adattiva” - ossia applicare all’Italia i risultati di ricerche di base straniere.


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COMMENTI
17/10/2012 - Tenetevi la fiducia ma dateci la competitività (Moeller Martin)

Ha centrato molto bene i problemi delle classi politiche italiane e della loro convinzione che tutti gli organismi finanziari a partire dalla famigerata Troika siano solo dei deficenti. Ma quando passa alle misure da prendere a favore delle imprese in Italia scivola Lei stesso nei medesimi luoghi comuni, pur mostrando di conoscere bene i punti di forza dei nostri concorrenti e i problemi della nostra PMI fatta di micro imprese, buona parte delle quali sono oltretutto solo terzisti e quindi senza un proprio prodotto. Le imprese non sono associabili perchè l'imprenditore è un individualista per definizione e non è interessato a condividere il proprio 'regno'. Ma si può favorirne la crescita, per esempio tassando solo gli utili distribuiti in modo da poter creare riserve finanziarie proprie per superare imprevisti, periodi di flessione o per investimenti futuri. Se poi si sistemasse anche il mercato del lavoro, anche l'Italia potrebbe ripartire.