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FINANZA/ Le tre zavorre che mandano a fondo l’Italia

Per tornare a crescere, restando nelle regole dell’eurozona ci vorrebbe¬ro dei provvedimenti specifici di breve e lungo periodo. GIUSEPPE PENNISI ci spiega quali

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Nell’immaginario degli italiani (soprattutto dei politici), il Fondo monetario internazionale (Fmi) è guidato da un gruppo di arcigni signori che considerano l’austerità come la più importante delle virtù. Ho lavorato per 18 anni in Banca mondiale e posso assicurare che i dirimpettai e “cugini” del Fmi non sono mai stati “arcigni” e hanno considerato l’austerità principalmente come uno strumento per rimettere la casa in ordine e avviare un sano processo di crescita. Specialmente negli ultimi quarant’anni, la missione di Fondo (nato per tornare alla convertibilità e a un sistema monetario internazionale sano ed efficace) e di Banca (pensata per la ricostruzione dell’Europa dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale) è mutata.

Oggi il compito principale del Fondo è la “crescita inclusiva” e quello della Banca la lotta alla povertà. Questi obiettivi mal si conciliano con un’”austerità” declinata nel senso di fare diventare l’eurozona uno dei freni dell’economia internazionale e di innescare nel suo ambito forti tensioni sociali. Quindi era da aspettarsi che dall’assemblea generale di Fondo e Banca, appena conclusasi a Tokio, scaturisse un forte invito alla crescita e un appello alla cautela nei confronti di misure di “austerità”.

Ricerche condotte dal servizio studi del Fondo, diretto da Olivier Blanchard, mostrano  che il “moltiplicatore fiscale” (il cambio di passo nella crescita del Pil risultante da modifiche strutturali del bilancio pubblico) è molto più forte di quanto si ritenesse in passato: si aggirerebbe non sullo 0,5% (come generalmente ritenuto), ma in un range che va dallo 0,9% all’1,7%. Si è certamente ecceduto con l’aumento della pressione fiscale e forse anche con alcuni tagli alla spesa. Per tornare a crescere, restando nelle regole dell’eurozona, ci vorrebbe­ro un’iniezione di fiducia, un obiettivo condiviso in cui credere, una liberalizzazione dei mercati protetti, un miglioramento della qualità delle risorse umane - gli in­gredienti che fanno crescere com­petitività e produttività e, quindi, “efficienza adattiva”.

Invece, liberarsi dai vincoli dell’unione monetaria e ritrovare la “sovranità monetaria”, porterebbe a una drastica svalutazione - stime della Commissione europea pongono al 30% la fiscal devaluation dell’Italia - che diffonderebbe sfiducia, non fiducia. Aggravando la situazione, non migliorandola. In questo contesto, poi, una scossa alla Reagan (ossia una drastica riduzione della pressione fiscale accompagnata da una manovra espansionistica del bilancio pubblico), pur avvocata da un’associazione di imprenditori e docenti universitari tra i 35 e i 45 anni e risultante come la misura più votata all’ultimo sondaggio del Club dell’Economia, potrebbe avere effetti devastanti dato che l’economia italiana non gode della fiducia da “ultima spiaggia” di cui fruisce l’economia americana e dato che l’euro (ove ci fosse concesso di restare nell’unione monetaria in piena flagranza di violazione dei trattati) non ha la funzione di signoraggio di cui gode il dollaro degli Stati Uniti.


COMMENTI
17/10/2012 - Tenetevi la fiducia ma dateci la competitività (Moeller Martin)

Ha centrato molto bene i problemi delle classi politiche italiane e della loro convinzione che tutti gli organismi finanziari a partire dalla famigerata Troika siano solo dei deficenti. Ma quando passa alle misure da prendere a favore delle imprese in Italia scivola Lei stesso nei medesimi luoghi comuni, pur mostrando di conoscere bene i punti di forza dei nostri concorrenti e i problemi della nostra PMI fatta di micro imprese, buona parte delle quali sono oltretutto solo terzisti e quindi senza un proprio prodotto. Le imprese non sono associabili perchè l'imprenditore è un individualista per definizione e non è interessato a condividere il proprio 'regno'. Ma si può favorirne la crescita, per esempio tassando solo gli utili distribuiti in modo da poter creare riserve finanziarie proprie per superare imprevisti, periodi di flessione o per investimenti futuri. Se poi si sistemasse anche il mercato del lavoro, anche l'Italia potrebbe ripartire.