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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Gli Usa dei derivati tornano a colpire

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La differenza tra le detenzioni totali di debito Usa di Cina e Giappone è scesa a un minimo record di 32 miliardi di dollari e molti analisti pensano che il sorpasso da parte di Tokyo come principale detentore di debito Usa sia ormai imminente. Insomma, siamo alla geofinanza della crisi asiatica. O, forse, a qualcosa di più. Se infatti, come cotè finanziario della crisi tra i due Paesi, la Cina minaccia di scaricare il debito giapponese che detiene, Tokyo cerca di rafforzare il legame con Washington sostituendosi a Pechino nell'acquisto di debito a stelle e strisce, incurante della propria situazione debitoria devastante. Ma, cari lettori, tutti i problemi del mondo risiedono nella disastrata e cicala Europa!

C'è poi un altro motivo, il quale è il principale argomento di valutazione e analisi da parte del Dipartimento di Stato Usa ultimamente: la Cina non compra più debito Usa anche per un altro motivo, ovvero i soldi cinesi stanno andando sempre più all'estero verso altre destinazioni e assets. I cittadini cinesi più facoltosi, infatti, stanno comprando proprietà immobiliari a Cipro, pagando rette faraoniche per far studiare i loro figli nelle università della Ivy League statunitense o acquistando beni di lusso a Singapore, nonché movimentando un fiume di denaro attraverso i sempre più diffusi money-transfer. La aziende cinesi, dal canto loro, stanno facendo sempre maggiori acquisizioni estere, comprando risorse naturali e lasciando i loro profitti a maturare all'estero. Insomma, ai cinesi facoltosi il regime e le sue regole stanno sempre più strette: e questo interessa molto negli Usa, dove l'ipotesi di una rivolta liberale a Pechino innescata dal più puro spirito libertario verso la proprietà e il mercato è vista come ancora lontana ma in embrione.

E ancora. Tornando agli Usa, si registra una discrepanza quasi senza precedenti tra fiducia dei consumatori e delle imprese, con i primi euforizzati dal rimbalzo nel mercato immobiliare (di cui parleremo dopo) e le seconde sempre più spaventate dall'approssimarsi dal cosiddetto "fiscal cliff" di inizio anno. Il Business Condition Index di ottobre pubblicato da Morgan Stanley parla chiaro, un collasso dal 55% di settembre al 41% attuale. Insomma, a fronte di consumatori che sperano nel terzo round di QE della Fed e nel dato inaspettatamente positivo sul tasso di disoccupazione, in ottobre il 51% delle aziende ha rivisto al ribasso le sue condizioni di operatività per timori legati al "fiscal cliff" e al fatto che questo argomento dovrà essere affrontato da Democratici e Repubblicani assieme a soli due mesi dal voto.

A far paura sono soprattutto i report di ottobre sui noleggi, con gli indici al riguardo piombati ai minimi poliennali. L'hiring index è sceso di 10 punti al 44%, il peggior dato da dicembre 2009, mentre l'hiring plans index ha perso 13 punti scendendo anch'esso al 44%, i minimi dall'agosto 2009. Certo, l'alta volatilità del periodo non rende questi dati una condanna assoluta, ma fa riflettere - e non poco - sul reale stato di salute dell'economia non-finanziaria Usa.


COMMENTI
18/10/2012 - Il punto debole (Renato Mazzieri)

Il dubbio di Mauro Bottarelli non è solo fondato ma deriva da un fatto evidente: la moneta debito fondamentale (fiat money) è il dollaro (che non vale più nulla) e sarà il dollaro a far crollare l'intero sistema monetario e tutte le monete a corso legale, compresa quella della Cina. L'unico mezzo per evitare il conseguente collasso della economia nel suo insieme è EkaBank (www.ekabank.org).