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FINANZA/ Gli "aiuti" alla Germania di cui nessuno parla, ecco le prove

Pubblicazione:mercoledì 3 ottobre 2012

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Dopo mesi di risultati altalenanti, un dato accomuna tutta Europa: le emissioni di titoli pubblici non vanno bene, neppure a Berlino. Un esito strano, quello dell’asta di fine settembre. A fronte di un’offerta pari a cinque miliardi di euro, il Tesoro tedesco è riuscito a collocarne appena più di tre con un rendimento in salita di dieci punti base dall’1,42% all’1,52% sulla scadenza decennale. Tassi lontani dal 6% di Madrid, ma, sbigottiti, molti analisti hanno abbozzato in fretta un’ipotesi di scuola: gli investitori abbandonano il Bund per tornare sull’azionario. “La ripresa è vicina” si sono spinti ad affermare alcuni commentatori sulla stampa specializzata d’Oltralpe. In tutta risposta, il DAX 30 ha lasciato 100 punti sul terreno e i volumi hanno deluso chi attendeva lo sbarco in massa di quei capitali che avevano disertato l’asta.

Le reazioni a quel punto si sono fatte meno accademiche. La Cancelliera Merkel, ospite a un evento organizzato dalla Federazione industriale tedesca, ha dichiarato che sugli aiuti ai paesi in difficoltà è inutile concedere “supporto senza controlli” e a quelle parole nessuno, neppure il ministro delle finanze Schaeuble lì presente, ha obbiettato che l’assenza di controlli tedeschi sulle finanze pubbliche spagnole un tempo si chiamava sovranità nazionale.

Tornando alle aste del Bund, una spiegazione plausibile a ciò che è accaduto nell’arco degli ultimi mesi, arriva da un report pubblicato pochi giorni fa da Standard & Poor’s. L’agenzia di rating tira in ballo la Banca nazionale svizzera (Bns) e sovrappone le oscillazioni del tasso di cambio franco-euro agli andamenti delle aste pubbliche di alcuni Paesi europei (i nomi seguono, ma si possono già indovinare...).

Partiamo dagli scambi valutari. Con l’esacerbarsi della crisi, e a più riprese (marzo e ottobre 2008, inizio 2009, estati 2010 e 2011), il franco svizzero si è significativamente rafforzato sull’euro senza che i fondamentali economici della Confederazione elvetica ne giustificassero i rialzi. Ad attirare l’interesse sulla valuta coronata da foglie di quercia era in realtà il cosiddetto “flight to quality”, ossia la ricerca da parte dei grandi investitori esteri di un rendimento magari basso ma certo, in attesa di giorni migliori. In altre parole, il franco svizzero, ancor più che il Bund, era diventato il bene rifugio della crisi europea. E negli uffici Bns, i responsabili delle operazioni monetarie erano tutt’altro che lusingati. L’export perdeva quote significative di mercato negli sbocchi tradizionali, Francia e Germania, mentre il tasso di cambio portava alle stelle il costo di un soggiorno nei Cantoni.

Ad agosto 2011, in concomitanza con l’ormai abituale volatilità estiva, il franco svizzero sfiorava a 0,9649 la parità con l’euro. Il 6 settembre l’annuncio: la Bns non avrebbe più accettato una libera fluttuazione delle due valute e tantomeno il rafforzamento del franco svizzero. Di conseguenza, il tetto massimo per la moneta elvetica era fissato a 0,8333 sull’euro, valore in prossimità del quale le autorità monetarie svizzere sarebbero intervenute. E che la Bns sia intervenuta è certo, perché nell’ottobre successivo il franco è sceso del 17% in poche settimane.


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