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FINANZA/ Obama vs. Romney: chi conviene all’Italia?

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Mitt Romney e Barack Obama (Infophoto)  Mitt Romney e Barack Obama (Infophoto)

Alcuni fatti, però, parlano chiaro: nei loro programmi elettorali, nei discorsi e nei dibattiti televisivi, tanto Obama quanto Romney hanno mostrato di curarsi piuttosto poco dell’Europa: a minor nuisance (una piccola seccatura a ragione di una crisi del debito sovrano che i 17 dell’eurozona non sembrano in grado di saper pilotare), ma non molto di più. Tanto l’uno quanto l’altro guardano con maggiore attenzione all’Asia e all’America Latina.

Sottolineata questa disattenzione (“benevola” o “malevola” che sia), occorre chiedersi quali saranno le policies effettive che verranno poste sul tappeto. Il quadriennio di Obama (lo abbiamo sottolineato con grande ricchezza di dati) è stato un periodo piuttosto negativo per l’economia americana: oggi gli Usa hanno un tasso di disoccupazione dell’8% della forza lavoro, un disavanzo delle partite correnti di 500 miliardi di dollari l’anno (pari a oltre il 3% del Pil), un saldo negativo dei conti federali d’esercizio attorno al 7% del Pil e uno stock di debito (in rapporto al Pil) in rapida crescita. Obama è riuscito a far approvare il quadro di una legge sanitaria per estendere a tutti una copertura assicurativa. Ma le sue promesse in materia di politica estera non sono state mantenute: c’è ancora guerra in Iraq, Afghanistan e altre regioni, il carcere di Guantamano è sempre là. In materia di politica economica internazionale non ha mosso un dito per la liberalizzazione multilaterale degli scambi; ha, anzi, promosso accordi per la frammentazione del commercio mondiale.

Romney propone una politica economica non molto differente da quella della Prima Amministrazione Reagan: un drastico taglio della pressione fiscale - oggi negli Usa sfiora il 30% del Pil, mentre in Italia è attorno al 50% - e una strategia di rilancio dell’offerta. Negli anni Ottanta, tutto sommato, funzionò anche se non fu Reagan a coglierne i frutti ma i suoi successori, che godettero di vari anni di “vacche grasse”. Allora, però, gli Usa non dovevano fare i conti con un disavanzo strutturale dei conti con l’estero vasto come l’attuale, potevano contare su un’Europa (allora il 25% del Pil mondiale) e un Giappone che tiravano e non erano alla mercé della Cina per il finanziamento dei loro titoli di Stato. Con Romney è possibile che la politica economica internazionale Usa sia rivolta all’Asia (il grande creditore degli Usa) e all’America Latina (lo scalpitante vicino meridionale) ancora più che con Obama.



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