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FINANZA/ 2. Francia, Grecia e petrolio: le verità portate a galla dai numeri

Francois Hollande (Infophoto) Francois Hollande (Infophoto)

Accipicchia, vuoi dire che c’è la crisi anche in Francia!? E i veicoli industriali, barometri dell’economia reale? I light utility, i furgoni per capirci, -12,5%, mentre quelli sopra le 5 tonnellate -20,1%. Insomma, senza aiuti di Stato si affoga: peccato che gli aiuti non si sa da dove possano arrivare, stante la necessità del governo di ridurre i deficit o, quantomeno, evitare che si espandano a dismisura. Nel 2005, PSA e Renault assemblavano insieme qualcosa come 3,2 milioni di veicoli in Francia, lo scorso anno meno di 2 milioni e quest’anno andrà ancora peggio. Ma andiamo oltre.

L’indice manifatturiero MPM è crollato a 42,7 a settembre, peggior dato dall’aprile 2009: peggio ha fatto solo la Grecia, anche la Spagna è andata meglio di Parigi. Male anche l’export, ma peggiore è il dato del mercato interno. I nuovi ordinativi sono al minimo dal marzo 2009 e questo pesa anche su un’altra voce: la disoccupazione. Il tasso è ormai al 10,6%, mentre quella giovanile è al 25,2% e in rapida ascesa, con più di 3 milioni di posti di lavoro bruciati dal 1999 a oggi. ArcelorMittal, il più grande produttore di acciaio del mondo, chiuderà due fornaci nel Paese, nonostante proclami e minacce di Hollande.

E la piccola e media impresa non sta meglio, visto che il dato della fiducia nel mese di settembre è crollato a 84, il peggior dato dal 1992: solo ad aprile era a 129. E questo tenendo conto che il settore privato conta solo per il 44% dell’economia francese, mentre il 56% è rappresentato da spesa pubblica. Sapevate queste cose? Qualche giornale o telegiornale ve le aveva dette o si era limitato a spacciarvi come seconda Rivoluzione francese l’inutile e patetica tassa sui milionari?

Ma c’è dell’altro, cari lettori. Avete letto o sentito da qualche parte delle conclusioni cui è giunta la scorsa settimana la Banca per i regolamenti internazionali riguardo il settore bancario europeo? Bene, la Bri ha detto chiaro e tondo che alla faccia di Basilea III molte grandi banche adottano un sotterfugio grazie al quale presumono che le loro detenzioni di debito sovrano siano risk-free, ovvero senza rischi. Insomma, le banche europee stanno travisando e spacciando per vero uno stato patrimoniale sano che invece sano non è affatto, visto che presentano a bilancio le detenzioni di debito greco al 95% del valore facciale dell’atto dell’acquisto, ad esempio! Qualcuno vi aveva dato questa notizia, per caso? E ancora. Sapete che percentuale hanno raggiunto i bad loans delle banche greche, ovvero quei prestiti che da almeno tre mesi non vedono il pagamento di una rata? Il 25%, lo stesso livello del tasso di disoccupazione, a quota 57 miliardi di euro.

Cosa significa questo? Sempre maggiore necessità di capitale da parte degli istituti, di fatto già mantenuti in vita dal programma di emergenza europeo Ela, ovvero con la Banca centrale greca che prende soldi dalla Bce - avendo ancora un pochino di collaterale eligibile che invece le banche non hanno più - e li distribuisce tra i vari istituti. E cosa fanno le banche greche per porre rimedio alla situazione? Tagliano del 30% il debito che i clienti hanno con loro per incentivarli a pagare! Ma quando mai tagliando si incentiva, al massimo si offrono argomenti all’azzardo morale di creare nuovo debito per tirare a campare. Il mondo dell’insolvenza globale è questo, cari lettori. Qualcuno ve ne aveva parlato?

Per finire, una chicca che vi fa capire come funziona il mondo della grande finanza, quello che tira i fili dell’economia globale e, quindi, i destini del mondo. Il 30 giugno del 2009 si registrò un misterioso aumento del prezzo del barile di petrolio durante la notte, qualcosa come 1 dollaro e 50 centesimi in più. Immediatamente si pensò a un grosso evento geopolitico sottotraccia, qualcosa che stava per succedere e che nelle stanze della City era già noto. Il caso fu talmente eclatante da richiedere un’indagine della Fsa, l’ente di vigilanza del mercato britannico. Si scoprì che a muovere quel volume era stato un singolo broker della PVM Oil Futures, Steve Perkins, il quale spese 520 milioni di dollari in contratti futures sul petrolio durante quella notte.