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FINANZA/ Fondo salva-stati, una "fregatura" per l’economia reale

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Le banche avranno infatti di fronte le seguenti alternative: tenere liquidi gli euro ottenuti dalla vendita dei Btp; offrire maggior credito; acquistare altri Btp; acquistare altri asset; aggiudicarsi i Depo. Tutte queste soluzioni, tranne l'ultima, implicano il fallimento della sterilizzazione, benché l'ulteriore acquisto di Btp - solo se all'emissione, però - vada nella direzione del contenimento dei relativi rendimenti. La combinazione di rendimento e (bassa) rischiosità dei Depo dovrà pertanto esser tale da spiazzare l'acquisto di Bund, asset più speculativi, e pure - soprattutto - il credito ai privati. Su questo si innesterebbe il problema dell'appetibilità di una strategia di acquisto continuo di titoli di Stato “sotto stress” e loro rivendita a prezzo target della Bce (una sorta di trading - o speculazione - a “guadagno garantito”), che sarebbe impedita solo da Depo dal rendimento sufficientemente alto, che a sua volta verosimilmente spiazzerebbe gli impieghi bancari classici.

Rilevanti sarebbero poi le “spinte” variamente politiche che sempre chiamano le banche a detenere un certo ammontare di titoli di Stato: se il bilancio si trova a essere formato da Depo e Crediti, e si chiede comunque la sottoscrizione di nuovo debito pubblico, l'unica grandezza comprimibile sotto i vincoli di politica monetaria saranno almeno tendenzialmente i Crediti. Sinceramente non vedo realistico che si accetti una “sotto-partecipazione” al debito pubblico da parte delle banche anche dopo un qualsiasi intervento calmieratore della Bce.

Essenziale è infine la normativa sul capitale di vigilanza delle banche. In effetti, sia Depo che Btp godranno - a norma di legge -  di un basso indice di rischiosità, da cui la necessità di “poco” capitale a loro copertura (questo vale sia per il rischio patrimoniale che per il rischio di liquidità, anche guardando all'entrante normativa Basilea 3), elementi di deciso favore rispetto ai comuni Crediti specialmente in un momento - come l'attuale - in cui le richieste di ricapitalizzazione si fanno sempre più pressanti e gli azionisti sempre più restii; anche questo rappresenta un incentivo alla sostituzione in bilancio di Depo per Crediti.

Dobbiamo infine considerare che non tutti i mercati, sia di titoli di Stato che di comune credito, sono uguali: verosimilmente le stesse aree in cui il debito pubblico sarà (ed è già) sotto pressione sono anche aree dai fondamentali economici per lo meno preoccupanti, e quindi aree in cui il credito privato presenta già maggior rischiosità senza poterne pretendere una redditività particolarmente alta (il pericolo di selezione avversa è sempre in agguato). I fattori di concorrenzialità - o spiazzamento - dei Depo, che si aggiungono al favore regolamentare e “politico” al debito sovrano, risulteranno quindi più forti proprio rispetto ai Crediti delle banche operanti nei Paesi “sotto attacco” o comunque stressati sul loro debito.

Nell'esempio sopra, quindi, un mercato bancario già appesantito dalle emissioni di debito pubblico in cui si emettono ulteriori asset competitivi (i Depo) andrà o sarà variamente forzato a riallocare risorse a favore del debito pubblico (sia sottoscrivendolo che parcheggiandone il relativo valore nei Depo), togliendole ai segmenti più marginali del credito, cioè contraendo il credito in aree come quella italiana e spagnola.



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