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FINANZA/ I numeri per dare il via alla "rimonta" italiana

In preparazione del prossimo Consiglio europeo, l’Italia potrebbe avere un ruolo importante. Ma deve prima affrontare alcuni problemi che ci spiega GIUSEPPE PENNISI

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Tra pochi giorni (il 18-19 ottobre), i Capi di Stato e di Governo dell’Ue si riuniranno a Bruxelles per discutere del futuro dell’integrazione europea sulla base del “rapporto Van Rompuy” ora all’esame dei loro sherpa. Il Governo italiano ha predisposto il Documento di economia e finanza (Def) e prima del vertice di Bruxelles saranno varati gli ultimi provvedimenti su finanza pubblica e crescita. Sono, poi, alle porte elezioni di vario livello - due grandi Regioni prima (e tra non molto anche le altre), importanti Comuni e Province, il rinnovo della Camera e del Senato (ma ancora non si sa come verranno contati i voti - l’obiettivo principale di qualsiasi legge elettorale) e il nuovo Capo dello Stato.

Nel dibattito in preparazione del Consiglio europeo, l’Italia potrebbe avere un ruolo importante nel mediare su temi specifici (ad esempio, le differenze tra Francia e Germania in materia di mercato del lavoro e di vigilanza bancaria), ma anche e soprattutto sul più vasto argomento di quale Europa predisporre per il futuro: se una che vada progressivamente verso il federalismo o una a cerchi concentrici di varie forme e gradi di cooperazioni intergovernative.

Per avere questo ruolo e, ancor più, per trasmettere l’immagine a se stessa e agli altri nelle prossime contese elettorali, occorre uscire da discussioni sul breve periodo - short termism per utilizzare una parola inglese ormai diventata di uso comune anche nel nostro Paese - e dai giochetti personalistici di potere. Occorre chiedersi quale sarà il futuro a medio e soprattutto lungo termine del Paese e se c’è un tracciato per cambiarlo.

Il quadro non è rassicurante. Su questa pagine, circa due settimane, abbiamo riportate le stime Ocse: una contrazione del Pil di 14 punti percentuali tra il 2008 e il 2014 a cui seguirebbero (se le riforme vengono effettuate nei modi e nei tempi previsti) dieci anni con un aumento complessivo del Pil di 4 punti percentuali (ossia dello 0,33% l’anno). Ho verificato le stime del modello econometrico dell’Ocse con quelle degli strumenti del Fondo monetario e dell’Università di Oxford: il quadro è ancora più fosco.

Nel contempo, la contrazione 2008-2014 ha distrutto parte importante del principale settore produttivo di un Paese a vocazione manifatturiera come il nostro, in quanto privo di risorse naturali, con un’agricoltura poco competitiva e con servizi finanziari non innovativi: la produzione industriale è passata dal 22% al 15% del Pil in sette anni e nel Mezzogiorno, secondo l’ultimo Rapporto Svimez, siamo alle prese con una vera e propria “desertificazione industriale”. In questo contesto si pone il problema occupazionale, all’origine anche dei moti studenteschi di questi giorni.