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TOBIN TAX/ Un "affare" per lo Stato (e gli speculatori)

Pubblicazione:sabato 10 novembre 2012

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Ora pensiamo a una situazione che si sta deteriorando, a un titolo rappresentativo di un’impresa che progressivamente sprofonda in una crisi o, più aderenti al contesto attuale, al bond di un Paese dalle finanze sempre più dissestate e senza grandi prospettive di crescita. Possiamo pensare che, considerando i fondamentali del Paese, il prezzo “giusto” del bond passi, ad esempio di mese in mese, da 100 a 99,9 e da qui a 99,8 e così via... Il meccanismo della Tobin Tax renderebbe anti-economica qualsiasi operazione strutturata come sopra praticamente fino a che i fondamentali del Paese non implicheranno un prezzo “giusto” di circa 99; nel nostro esempio avremmo quindi almeno 10 mesi di prezzo stabile a 100. Ma se la situazione progredisse ancora, il prezzo coerente con i fondamentali potrebbe scendere ad esempio a 98,5, dove vendere al prezzo artificialmente bloccato significherebbe liberarsi di un titolo che vale 98,5 incassando 99,5 (100 meno la Tobin Tax), il che è già un bello stimolo alla vendita.

Inoltre, la strategia di vendere oggi e riacquistare al target di 98,5 (giustificata dai fondamentali e dal già descritto stimolo alla vendita) permetterebbe un lucro atteso sul prezzo di 1,5 pagando in tutto 0,993 di Tobin Tax, da cui un profitto netto di quasi 0,5 a titolo che può essere sufficiente per rischiare tale operazione; in breve, dopo cinque trimestri il mercato dell’esempio crollerebbe tutto insieme, e si ripartirebbe da capo. Questi sono i movimenti fondamentali, di lungo termine, che Tobin non si sognava di voler (o poter) contrastare. La speculazione vince.

La Tobin Tax si dimostra uno strumento di stabilizzazione di un prezzo (tasso di cambio, azione, o bond che sia) contro fenomeni speculativi di breve respiro, ma impotente contro movimenti di portata maggiore relativi a fenomeni strutturali drammatici. Il risultato è una stabilizzazione “locale” e, in tempi più lunghi, un andamento a “gradini”. Quanto maggiore è la Tobin Tax, tanto più lunga è la stabilizzazione fittizia, e tanto maggiore sarà l’improvviso crollo (o salto) una volta accumulata sufficiente “tensione inespressa sul mercato”. Inutile dire quale dei due casi sia più attinente al caso italiano.

Detto questo, cosa c’è dietro la retorica della Tobin Tax? Da una parte può esserci il tentativo di contenere pro tempore i tassi sui debiti pubblici, così da guadagnare tempo per completare la ristrutturazione di economie e finanze pubbliche. Da un’altra parte - la mia visione - molti paesi sono al bivio tra la sostanziosa riduzione dello Stato e la massima spremitura fiscale possibile; essendo palese che ridurre la spesa pubblica (strumento principe per la raccolta del consenso e quindi della legittimazione della classe politica) è quasi impossibile, diventa “ottimale” sfruttare qualsiasi immaginabile forma di imposizione fiscale specialmente se giustificabile con triviali richiami alla giustizia sociale o all’eticità o meno di certe attività. Se “far cassa” è il vero obiettivo degli Stati, tutti i ragionamenti precedenti - chiaramente - non servono a nulla.


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