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IMU/ L'Europa vuol chiudere il non profit

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L’interpretazione del Consiglio di Stato non sembra facilmente conciliabile con quanto affermato dal premier Mario Monti, il quale in un intervento alla Commissione Industria del Senato del 27 febbraio ha - verbalmente - esteso i termini dell’esenzione, portando quale esempio le scuole e precisando che “sono esenti le scuole che svolgono la propria attività secondo modalità concretamente ed effettivamente non commerciali” e ravvisando tale caratteristica nel fatto di essere paritarie (e dunque il cui servizio è “assimilabile a quello pubblico”), di prestare il servizio a favore di tutti i cittadini e nelle quali gli avanzi siano destinati alla gestione dell’attività didattica.

Un altro tema oggetto del dibattito è legato a interpretazioni che negli anni si sono succedute (una per tutte: la sentenza della Corte costituzionale n. 429/2006) che vogliono l’esenzione riconosciuta al solo ente non commerciale che, oltre a possedere l’immobile, lo utilizza direttamente per lo svolgimento delle attività agevolate.

Tale requisito non sembra rispondere ad alcuna ragionevolezza: se una associazione ospita nel proprio immobile altre associazioni che perseguono fini analoghi o complementari ai propri, non si capisce perché l’immobile debba essere assoggettato ad imposta. Tra l’altro, questo è il caso della maggior parte del non profit italiano: chi ha un immobile è facile che lo metta a disposizione di altre realtà. Se tale “ospitalità” avviene a titolo gratuito, o prevedendo il rimborso delle spese, e gli enti ospitati svolgono attività rientranti tra quelle esentate, realmente il passaggio nella sfera impositiva dell’immobile è difficile da comprendersi.

Il dibattito sull’Imu ha certamente messo in luce la difficoltà di comprendere (in Italia) e di far comprendere (in Europa) una anomalia italiana che, a differenza di altre, ha reso il nostro Paese capace di una tenuta “strana” anche in questo periodo di burrasche: la presenza di enti non profit che - pagando più di tutti lo scotto dei tagli, dei ritardi di pagamento, di una normativa confusa e arretrata, di un numero eccessivo di soggetti preposti ai controlli, dell’inevitabile precariato cui le entrate incerte condannano chi opera in questo mondo - continuano a realizzare una utilità sociale che non ha pari.

Ci aspettiamo che tra le mille cose che l’Europa ci chiede ce ne sia una che l’Europa possa da noi imparare. Ma ciò necessita che chi ci rappresenta ne sia consapevole.

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