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GIGANOMICS/ Pisapia "svende" gli Ambrogini e Telecom resta senza guida

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Un capo solo in azienda. La vicenda dell’offerta del finanziere egiziano Sawiris (più o meno appoggiato dal messicano Slim) di entrare in qualche modo nell’azionariato Telecom apportando dei capitali, ha messo in luce un problema conosciuto da tempo, ma sempre rimosso per quieto vivere. Quando, il 13 aprile 2011, i soci di Telecom Italia (Generali, Mediobanca, Intesa e Telefonica che la governano attraverso la finanziaria Telco) hanno deciso di ridisegnare i vertici del gruppo di telecomunicazioni, hanno sbagliato. Presidente è stato nominato Franco Bernabè e amministratore delegato Marco Patuano. Ma gli sponsor di Bernabè (che prima era capo azienda nel ruolo di amministratore delegato) volevano che continuasse a contare e gli hanno conferito dei poteri: inferiori rispetto a quelli che aveva prima, comunque sempre ragguardevoli. In particolare, il presidente ha deleghe da capo azienda con il compito di coordinare anche l’amministratore delegato; è responsabile dell’indirizzo strategico dell’impresa e delle operazioni straordinarie e di finanza straordinaria. L’amministratore delegato ha tutti gli altri poteri. È chiaro che una simile ripartizione sembra concepita apposta per mettere in conflitto presidente e amministratore delegato. Cosa che sta avvenendo proprio adesso sotto gli occhi di tutti, soprattutto sotto gli occhi degli operatori del mercato che guardano con interesse a questa partita Telecom e ai suoi possibili sviluppi, e vedono ancora una volta gli italiani comportarsi in maniera dilettantesca. Ci vorrebbe una gestione in piena sintonia di questo dossier, invece Bernabè e Patuano si smentiscono pubblicamente, attraverso interviste sui giornali. Gli azionisti non possono far nulla per mettere fine a questo spettacolo?

 

La Cina si allontana. Xi Jimping è il nuovo segretario del Partito Comunista Cinese e dal marzo prossimo diventerà anche Presidente. Tutto bene? Il gigante asiatico ha risolto i suoi problemi di successione al potere ed è pronto, sotto una guida salda, ad affrontare un altro lungo periodo di crescita? Non c’è da illudersi. Il PCC è diviso al suo interno in almeno quattro fazioni, le linee strategiche per il futuro non sono nette come in passato, i dati statistici (per quanto possano valere le statistiche cinesi) non sono più la marcia trionfale cui eravamo abituati. Molti imprenditori occidentali che avevano delocalizzato in Cina ora puntano su realtà come Vietnam e Cambogia. Ma il fatto davvero nuovo è che adesso seguono il loro esempio anche molti imprenditori cinesi: preferiscono abbandonare le attività produttive nel loro Paese perché temono che, nel giro di qualche anno, potranno esserci problemi politici e sociali seri. Meglio andarsene per tempo.

 

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