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Economia e Finanza

FONDAZIONI/ Vittadini: oltre l'organizzazione statalista

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Una decina d’anni fa,  attorno alle  Fondazioni è tornato ad accendersi un duro scontro politico-culturale.  Non per coincidenza, l’iniziale tentativo ri-statalizzatore del  ministro Tremonti è stato quasi contemporaneo all’unica, vera riforma costituzionale in più di sessant’anni  di Repubblica: l’introduzione del principio di sussidiarietà nella carta. Il nuovo articolo 118 non è  un artificio di ingegneria istituzionale e non riguarda una ripartizione di competenze pubbliche fra Stato e Regioni. E’ invece  l’affermazione di una svolta politico-economica di cui forse solo ora cominciamo ad cogliere le dimensioni. L’opzione-sussidiarietà vuol dire prendere atto che l’organizzazione statalistica della vita economico-sociale del Paese dell’Europa) è superata: e non solo nella gestione del welfare.  Tuttavia,  affermare la sussidiarietà – anni prima del collasso di Wall Street – ha significato ribadire che il mercato tout court non è lo sbocco obbligato del cambiamento. Bene: le sentenze della Corte costituzionale del 2003 sullo status delle Fondazioni sono forse la risposta più concreta e coerente che il sistema-Paese italiano abbia dato a sé e ha proposto all’esterno su questo terreno. L’Alta Corte – portando alle ultime conseguenze le “guidelines” della legge Ciampi – ha detto che gli 88 gestori di un patrimonio collettivo tuttora stimato in oltre 40 miliardi di euro hanno come compito “l’organizzazione delle libertà sociali”: non l’ammortamento del debito statale e neppure il ruolo di meri agenti di piani regolatori bancari decisi altrove. L’autonomia di una Fondazioni – archetipo del privato sociale – ha la sua prima responsabilità di gestire in modo professionale il patrimonio (anche le partecipazioni bancarie) che è stata affidato alla governance degli stakeholders del territorio. E ha una seconda responsabilità nel riversare professionalmente sui territori i rendimenti di quella gestione.  La Fondazione per la sussidiarietà, nata quando la Costituzione ha dato dignità piena alla “nuova forma politica”, ha sostenuto l’Acri nella sua battaglia civile. Non abbiamo cambiato idea: l’esproprio delle Fondazioni – ora come allora – ci pare insidiosamente pseudo-liberista. La ricostruzione di “un’economia finanziaria sussidiaria” (come forse può essere ribattezzata “l’economia sociale di mercato”) ha bisogno delle Fondazioni bancarie italiane: non della loro distruzione.  

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