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TOBIN TAX/ Questa tassa è un autogol, Svezia docet

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Come lui stesso affermò, “ciò che proposi nel 1971 ha a che fare con il mercato dei cambi e con il tentativo di ridurre la volatilità dei tassi di cambio. Tutto questo per permettere alle banche centrali nazionali di avere qualche potere nel determinare le proprie politiche monetarie di fronte alla vastità degli investimenti finanziari a livello globale”. Applicare localmente una tassa del genere è una cosa semplicemente demenziale, non ha senso. In un mondo globalizzato, dove i capitali si spostano alla velocità della luce, o se volete, alla velocità di un doppio clic, accadrà semplicemente che i capitali si sposteranno laddove questa tassa non esiste.

Inoltre, questa tassa non verrà applicata alle transazioni aperte e chiuse in giornata. La tassa del governo Monti, poi, non riguarderà le transazioni valutarie (sui cambi monetari) e le materie prime. Questo vuol dire che non verrà tassato il 90 e più per cento delle transazioni finanziarie. Verranno tassate le transazioni effettuate dalla classe media, fatte da chi si muove sull’azionario; mentre non verranno tassati i daytrader, chi fa speculazione, e, soprattutto, non verranno tassate le transazioni svolte dai computer, quelle operazioni capaci di trarre minuscoli e frequenti profitti da transazioni che durano anche pochi secondi. E, secondo voi, chi utilizza tali sistemi? Chi opera in borsa per fare investimenti, oppure chi specula?

Quello che potrà accadere è uno spostamento massiccio delle società di trading dall’Italia verso paesi dove tale tassazione non verrà applicata, con conseguente perdita di posti di lavoro e relativo calo del Pil. Tra l’altro, tali aziende non dovranno nemmeno fare molta strada: potranno trasferirsi comodamente a Londra, dove il Governo ha già fatto sapere che mai applicherà una norma del genere.

Ma non basta. Ad ammonirci sugli effetti dell’introduzione della Tobin Tax c’è pure la storia, che è sempre maestra. L’unico caso nella storia nel quale si è messa in atto una Tobin Tax è quello della Svezia: il primo gennaio 1984 fu introdotta sul mercato finanziario nazionale una tassa dello 0,5% che si applicava a tutti gli acquisti di titoli azionari e stock options. L’imposta venne poi raddoppiata nel 1986 e venne allargata per comprendere anche i titoli obbligazionari. Le transazioni crollarono bruscamente e il mercato finanziario svedese migrò immediatamente verso Londra. La Tobin Tax determinò un gettito fiscale inferiore del 75% alle attese e il mercato finanziario svedese fu annientato fino a tal punto che nel 1992 la Svezia fu costretta a cancellare la tassa. Il suo mercato finanziario impiegò circa quindici anni per ritornare sui volumi del 1984.

Un fallimento totale. Ora c’è da chiedersi: anche se a livello europeo si è affermato tale indirizzo, perché l’Italia sta anticipando i tempi, approvando la tassa prima degli altri paesi europei? Un altro favore alla Germania?

Non spero tanto nelle prossime elezioni, per le quali temo che l’ingovernabilità favorirà un Monti-bis. Spero invece negli italiani. Sì, spero anche in voi lettori. “Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica... quando uomini e donne di buona volontà...” (MacIntyre, Dopo la virtù).

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