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FONDI UE/ La "burocrazia" rischia di lasciare a secco l’Italia

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In sintesi, parametri e criteri sono stati elaborati negli anni Ottanta dall’allora Ministero del Bilancio e della Programmazione economica sulla base di una metodologia econometrica aggregata, volta a stimare il rendimento marginale dell’investimento in opere pubbliche. Essi hanno fornito la base di una delibera del Cipe del 1984, emendata, per gli investimenti nel Mezzogiorno, da una direttiva della Presidenza del Consiglio del 1986. Tanto la delibera Cipe, quanto la direttiva della Presidenza del Consiglio, sono ormai obsolete, tanto più che erano basate, a loro volta, su una serie storica di dati di rendimento marginale dell’investimento pubblico nel periodo 1950-1980 (la prima) e su mai motivate, o anche solo esplicitate, decisioni amministrative (la seconda).

Nell’analisi del Ministero del Bilancio aveva, quindi, un peso rilevante l’alto rendimento marginale dell’investimento pubblico nel periodo del “miracolo economico”. Quella della Presidenza del Consiglio parrebbe, invece, privilegiare i rendimenti di lungo periodo nel Mezzogiorno, in assenza di una nota o di una spiegazione tecnica mai fornita. Nel 2007, un documento di lavoro dell’Uval (l’Unità di valutazione ora presso il Ministero dello Sviluppo Economico) ha proposto un aggiornamento, peraltro mai ufficializzato, del parametro più significativo, il tasso di attualizzazione per l’investimento pubblico, basato sostanzialmente sui lavori della Commissione europea e sulle direttive amministrative per le istruttorie di piani e progetti a valere sui fondi strutturali europei. Nel contempo, Il Ministero degli Affari Esteri ha emanato, una ventina di anni fa, un Manuale che segue una metodica differente da quella della delibera del Ministero del Bilancio. E nel 2006 la Scuola superiore della pubblica amministrazione ha emanato una Guida operativa che aggiorna in parte i lavori precedenti, ma con obiettivi principalmente didattici.

Non che il Parlamento sia rimasto inerte: una legge del 1999 (la n. 144) stabilisce che ci siano accurati studi di fattibilità per i progetti di investimento pubblico, ma non fornisce indicazioni su parametri di valutazione e criteri di scelta, e comunque non viene applicata. Ancora più grave è che quasi nessuno ha dato seguito alla recente legge di riforma del bilancio pubblico (L. 31 dicembre 2009 n. 196) i cui si prescrive, all’art. 30, la “predisposizione da parte dei Ministeri competenti di linee guida obbligatorie e standardizzate per la valutazione degli investimenti”. È naturale che a Bruxelles si sia perplessi e si pensi di decurtare l’allocazione dei fondi all’Italia sino a quando non si sia messo un po’ d’ordine.



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