BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FONDI UE/ La "burocrazia" rischia di lasciare a secco l’Italia

L’Ue sta discutendo modifiche al bilancio comunitario, con possibili tagli ai fondi per l’Italia. Che da parte sua, spiega GIUSEPPE PENNISI, sembra voler danneggiarsi da sola

InfophotoInfophoto

Constatata l’impossibilità di giungere a un accordo con il Parlamento europeo, i Capi di Stato e di Governo dei 27 dell’Ue si sono dati appuntamento per il 22-23 marzo a Bruxelles. Il tema di fondo è il bilancio Ue per i prossimi sette anni - argomento complesso e con molte dimensioni che impegnerà molto questa testata nelle prossime settimane. Le previsioni sono che non si arriverà a un accordo nei tempi stabiliti. Quindi per il 2013 (o almeno per i primi mesi dell’anno nuovo) l’Ue opererà con una forma di esercizio provvisorio.

È un negoziato che apre, a livello di politiche europee, finestre di opportunità per l’Italia (dopo le elezioni di marzo), con un ravvicinamento alla Germania (di cui si potrebbe diventare partner privilegiato dato il graduale scollamento della leadership di Parigi rispetto a quella di Berlino e data la sempre più marcata vocazione “atlantica” di Londra).

Oltre a queste grandi questioni sul futuro della politica europea (ampiamente trattate da molto testate) ci sono temi specifici a proposito dei quali dobbiamo chiederci perché continuiamo a farci del male da soli. Uno di questi è l’allocazione all’Italia dei fondi comunitari (strutturali e di coesione). Da anni, gli Stati neocomunitari chiedono di averne una quota più consistente rispetto all’Italia (dato, nonostante la recessione, il livello di reddito pro-capite). Per l’Italia, tali fondi costituiscono ormai la principale fonte di finanziamento di investimenti pubblici dato poiché la spesa in conto capitale dello Stato è passata dal 3,5% alla fine degli anni Novanta a circa l’1,5% all’ultima conta e quella degli enti locali si è quasi azzerata (a ragione del “patto di stabilità interno”). In breve, non si ripara una scuola, non si ammoderna una strada, non si migliora la difesa del suolo se non in co-finanziamento con l’Ue.

I Ministri, i diplomatici e i dirigenti impegnati nella trattativa stanno facendo di tutto per mantenere un’allocazione di fondi per l’Italia analoga a quella del settennato che sta per terminare. Tutti sanno che dato che alcune Regioni non riescono a spendere le somme loro affidate per progetti validi, si è accettato un metodo secondo il quale a metà del settennato le risorse non impegnate (con contratti efficaci) verranno dirottate verso altri Stati dell’Ue.

C’è, però, un aspetto tecnico-economico più profondo: da oltre tre lustri, a ogni negoziato per la trattativa relativa ai fondi europei, promettiamo di aggiornare i parametri di valutazione e i criteri di scelta dei progetti, come fanno quasi tutti gli Stati Ue, spesso con periodicità triennale e con l’apporto dei rispettivi Consigli economici e sociali (e, dunque, delle Parti sociali). Da noi regna quello che un alto funzionario Ue definirebbe il caos.