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LEGGE DI STABILITA’/ Iva e non profit, una "retromarcia" che conviene allo Stato

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Una mensa della Caritas (InfoPhoto)  Una mensa della Caritas (InfoPhoto)

Ciò sarebbe sicuramente avvenuto per quanto riguarda il 2013, ma nel 2014 e, soprattutto, nel 2015 la situazione sarebbe cambiata in modo drastico. Nell’arco dei due o tre anni successivi all’abolizione delle agevolazioni Iva, sarebbe stato necessario costruire un piano per consentire alle cooperative sociali di operare nel nuovo regime. Quasi tutte le cooperative che operano con la Pubblica amministrazione sarebbero state costrette a scegliere il regime di esenzione Iva, per tutelare la loro capacità di servizio.

 

E quindi?

 

Le maggiori entrate previste dallo Stato con il nuovo regime, pari a 153 milioni, si sarebbero perse. Le cooperative avrebbero inoltre rallentato la loro capacità complessiva di fare investimenti, riducendo le loro spese. L’effetto a medio termine sarebbe stato addirittura controproducente per le entrate fiscali. Grazie alla retromarcia del governo salviamo il 2013, ma occorre iniziare immediatamente un’azione politica molto forte a livello europeo, che deve essere giocata in prima persona dal nostro Consiglio dei ministri. La posizione Ue sulla concorrenza sembra appunto penalizzare la storia della cooperazione italiana.

 

Lei che è membro del Cese quali scenari vede?

 

L’Ue vive una situazione di “schizofrenia”, in quanto per troppi anni abbiamo lasciato che il progetto di integrazione comunitaria fosse affidato soprattutto a una gestione tecnica anziché politica. Per non scomodare i livelli politici, ciascuna Commissione europea ha lavorato per filiere e compartimenti stagni. L’effetto paradossale è stato che la gestione si è a tal punto irrigidita che oggi dobbiamo compiere uno sforzo enorme per riportare la politica all’intero dell’Ue. Alcune direzioni o commissari europei sottolineano la necessità di sviluppare l’imprenditorialità sociale, e altri nello stesso tempo seguono la strada della concorrenza come un monolite per imporre il mercato unico, che è stato per troppi anni la linea guida di tutte le decisioni prese a livello comunitario.

 

Quali sono le conseguenze per il nostro Paese?

 

L’Italia, che ha il sistema di economia sociale più sviluppato al mondo, non lo riesce a valorizzare perché deve applicare un livello teorico di competitività. E’ in questo senso che parlo di una “schizofrenia” che va corretta, e per farlo il nostro Paese deve aumentare la sua capacità di interloquire con i livelli europei. Non vorrei che l’autorevolezza del nostro governo tecnico dipendesse soltanto dall’obbedienza e dall’ossequio alle norme. Occorre tornare a giocare tutte le capacità dell’Italia, Paese fondatore dell’Ue, che ha dato vita al progetto europeo quando ancora il Bel Paese era in una difficile fase di ricostruzione post-bellica.

 

(Pietro Vernizzi)



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