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GIGANOMICS/ Tabacci si “vende” a Bersani per un ministero e Sawiris non molla Telecom

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Vignetta di Claudio Cadei  Vignetta di Claudio Cadei

Il ministro Tabacci. Le voci sono soltanto voci, per carità, e niente di più, vanno prese per quello che sono. Però vanno prese, e non buttate via senza degnarle della minima considerazione: un’occhiatina conviene sempre dargliela. Allora facciamo così anche con la candidatura di Bruno Tabacci alle primarie del Pd conclusasi, come si sa, con una figuraccia da guinness. Secondo i rumors, la discesa in campo (nel campetto) di Tabacci nasce da un accordo con Pierluigi Bersani. Il segretario del Pd aveva bisogno delle primarie per ricevere una spinta popolare alla sua candidatura a Palazzo Chigi, tuttora precaria data la sua incapacità di attirare consensi al di fuori del bacino tradizionale del Pd (e che fu dei Ds e del Pci). Occorreva una consultazione di coalizione e occorrevano candidati di un certo peso, di richiamo e in rappresentanza delle varie anime del centrosinistra per dimostrare che questa è la casa di tutti: vi convivono l’usato sicuro, il rottamatore, il gay di ultrasinistra, la donna in carriera...Manca un cattolico? Eccolo qui: votate TB. Tabacci dunque si è prestato assumendosi un rischio che, data la sua posizione di assessore al Bilancio, poteva evitarsi. Ma siccome non si fa niente per niente (there’s no such thing as a free lunch, per dirla all’americana, visto che si parla di primarie come si fa in Usa) Tabacci ha chiesto qualcosa in cambio della sua altruista disponibilità e, pare, l’abbia ottenuta: se Bersani vincerà le primarie e poi le elezioni e dunque andrà a Palazzo Chigi, nel suo governo un posto (non si sa se poltrona, poltroncina o strapuntino) per il buon Bruno non mancherà.

Forse è bene, succintamente, ricordare qualcosa di Tabacci, fare un giro nella sua carriera politica. Allacciate le cinture e accendete il TomTom. Dunque l’inizio è attorno al 1985 come consigliere Dc alla Regione Lombardia, della quale diventa presidente dal 1987 al 1989. Sempre per la Dc viene eletto anche deputato nel 1992, cioè 20 anni fa, tanto per far mente locale. Nel 2001 la Balena Bianca non c’è più, ma nessun problema: Tabacci viene rieletto alla Camera nelle liste della Casa della Libertà (ricordo male o è proprio quella fondata nel 2000 da tal Silvio Berlusconi?). Nel corso di quello stesso anno aderisce però al gruppo dell’UDC. Nel 2006 viene di nuovo consacrato deputato e nel 2008 lascia l’UDC per creare la Rosa per l’Italia, nota anche come Rosa Bianca. Questa stessa Rosa Bianca e UDC decidono di superare i dissapori e di presentarsi insieme alle elezioni con la sigla di UdC (d minuscola). Nel 2009, Tabacci lascia anche l’Udc e aderisce al gruppo misto. Tutto questo succede a Roma, a livello nazionale. Su al Nord, nel 2011 Tabacci è nominato assessore al Bilancio del Comune di Milano nella giunta di sinistra guidata dal sindaco Giuliano Pisapia. Che cosa fa come assessore? La cronaca non ricorda nulla, se non un fatto: cerca di mettere il suo cappello, il suo marchio su quanto ha portato a casa in due anni di paziente e tenace lavoro come semplice consigliere comunale l’attuale city manager di Palazzo Marino, Davide Corritore. È stato lui a individuare e denunciare il caso dei derivati rifilati al Comune da quattro banche internazionali (Jp Morgan, Depfa, Ubs e Deutsche Bank) messe sotto inchiesta dalla Procura per truffa aggravata. Al momento di siglare l’accordo milionario, ecco fresco fresco arrivare Tabacci con la penna in mano.

Poi, ed è cronaca di questi giorni, per partecipare alle primarie del centrosinistra, sempre Tabacci rimette le deleghe di assessore al bilancio nelle mani del Sindaco, pur essendo le finanze milanesi bisognose di grandi cure. Ma di fronte al miraggio della Capitale, Milano può anche andare aff..., tanto per citare l’autorevole espressione usata dal presidente del Pd, Rosi Bindi, ai microfoni di Bianca Berlinguer. E così tranquilli a Roma, a Roma. Ora, non è per essere schizzinosi, ma queste a me sembrano tanto manovre e maneggi tipici della deprecata prima Repubblica. E non c’è da stupirsi: sia Bersani, sia Tabacci vengono da lì. E con la testa ci sono rimasti.


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