BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Romney, dopo l’attacco un doppio "assist" all’Italia

Mitt Romney ha pronunciato una frase contro l’Italia. Eppure, spiega GIUSEPPE PENNISI, le sue conclusioni non sono diverse da quelle di un nostro connazionale. E in caso di sua vittoria...

Mitt Romney (Infophoto)Mitt Romney (Infophoto)

Tirez sur le pianiste si intitola un amaro film poliziesco di François Truffaut del lontano 1960, meritamente entrato nella storia del cinema e ancora oggi spesso visibile in televisione o in DVD. Il titolo è ironico: quando un gruppo di gangster non sa fare di meglio spara sul pianista, il quale, di solito, con la lotta per bande non c’entra nulla.

Quasi tutta la stampa italiana ha sparato (a salve) su Mitt Romney per la frase in cui il candidato repubblicano alla Presidenza Usa ha detto che in caso di vittoria del suo avversario, Barack Obama, gli Stati Uniti avrebbe fatto la fine dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Si tratta di colpi a salve perché i giornalisti italiani non votano alle elezioni presidenziali negli Usa, dove si vendono comunque poche copie delle loro testate solamente a New York, Washington e qualche altra città. Sparano a salve anche in Italia: quando, per la prima volta nella sua storia, Il Corriere della Sera si schierò a favore di un candidato, vinse l’avversario. È bene darsi una ridimensionata.

Soprattutto, non leggono quanto scrivono gli economisti italiani. Neanche quelli che, a torto o a ragione, vengono da quotidiani e periodici apparentati al centrosinistra. Nel 1997, a p. 30 del saggio introduttivo intitolato Per l’occupazione del volume collettaneo “Disoccupazione di fine secolo - Studi e proposte per l’Europa” (Bollati Boringhieri), Pierluigi Ciocca, allora alla guida del servizio studi della Banca d’Italia (di cui sarebbe diventato vicedirettore generale prima di diventare professore di politica economica all’Università di Roma La Sapienza) scriveva a chiare lettere che una pressione fiscale e contributiva del 42% (allora, ndr) rispetto al 30% di quella degli Stati Uniti e del Giappone “costerà ulteriore disoccupazione all’Europa”, specialmente se coniugata con politiche di austerità per raggiungere la stabilità finanziaria.

Da allora, nell’eurozona la pressione fiscale si aggira mediamente sul 45% (e in Francia e Italia sta per sfiorare il 50%), mentre negli Stati Uniti, nonostante gli aumenti di tasse e imposte degli ultimi quattro anni, è scesa al 28% e il candidato repubblicano si è impegnato a portare al 20% l’aliquota marginale federale più alta per le imposte societarie e al 33% quella sui redditi degli individui (le imposte indirette e sulla casa sono competenza dei singoli Stati dell’Unione e in certi casi delle Contee). Insomma, il divario tra Usa e Europa aumenterà in termini di pressione fiscale. Con le conseguenze previste tre lustri fa da Pierluigi Ciocca (e da altri).