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Economia e Finanza

STANDARD & POOR'S/ Così la condanna australiana mette i brividi ai “mostri sacri” della finanza

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Neanche gli esperti sono in grado di valutare i rischi di questo tipo di prodotti, figurarsi le amministrazioni comunali piuttosto che statali come quelle australiane che li hanno comprati. Sono prodotti di una complessità estrema dal punto di vista della teoria che neanche i matematici finanziari che si occupano della valutazione di questi prodotti sono in grado di trovare un accordo sui modelli capaci di valutarne i rischi.

 

Secondo lei, se non ci trovassimo in questa crisi di una finanza che già ha rivelato poca trasparenza, questa condanna ci sarebbe stata lo stesso?

 

Probabilmente no, nel senso che oggi il sistema bancario e delle agenzie ha perso credibilità. Prima invece c'era una sorta di soggezione reverenziale. C'era fiducia in queste istituzioni, oggi invece è caduto un castello: con la crisi finanziaria si è aperta una discussione sul ruolo di queste agenzie e sulle banche. 

 

Che tipo di discussione?

 

Sostanzialmente si è rotto un paradigma: finché la finanza ha prodotto risultati nessuno si permesso di sindacare la bontà degli strumenti finanziari che venivano offerti al pubblico. Nel momento invece in cui si è visto che dietro questa enorme crescita c'erano valutazioni non affidabili, perché si sono sotto stimati dei rischi, oppure si è usato spregiudicatezza nell'offrire prodotti a un clientela che non era consapevole dei rischi, allora è venuto meno anche quel timore reverenziale verso questi mostri sacri, che in realtà l'hanno fatta un po' troppo sporca.

 

Dunque siamo davanti a un precedente positivo con questa condanna.

 

Anche in Italia abbiamo il problema di diverse amministrazioni che si sono esposte comprando titoli derivati. Queste amministrazioni sono state invogliate mediante l'acquisizione di prodotti che all'inizio hanno generato flussi di cassa positivi, salvo poi procurare delle perdite. E' chiaro che nel momento in cui una banca - soprattutto se può poggiare sul ruolo delle agenzie che premiano i suoi prodotti - mette in vendita un prodotto ha una informazione sul futuro andamento dei tassi e sulle variabili di gran lunga superiore a quella che può avere la controparte. 

 

Un gioco alquanto scorretto.

 

C'è una asimmetria informativa che naturalmente la banca sfrutta da un punto di vista legale. Nel momento in cui si firma un contratto si mette al riparo l'istituto che vende il prodotto salvo poi scovare nel contratto dei rischi non denunciati oppure dei prospetti che traggono in inganno. Credo che questo sia il punto forte della sentenza australiana. 

 

Siamo davanti a una maggior possibilità di trasparenza grazie a sentenze come questa?